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In Friuli-Venezia Giulia le aree di Pordenone e di Udine sono quelle che pagano il dazio più alto alla recessione. In pochi mesi la regione è crollata dalla piena occupazione a un disagio diffuso. 21 mila i lavoratori in cassa integrazione [da Rassegna.it]
Un mondo capovolto, quello della crisi. Già, perché la valanga non ha colpito tutti alla stessa maniera: e a soffrire di più è chi prima correva più degli altri. A fermarsi, per usare una metafora consueta, è stata la locomotiva. Regione piccola, ma multiforme come poche per geografia ed economia, il Friuli-Venezia Giulia è uno specchio esemplare di quanto sta accadendo nel resto del paese. Le aree più vitali e più vicine per struttura industriale al modello Nord-Est, quelle di Pordenone e di Udine, sono quelle che stanno pagando il dazio più alto alla recessione. I numeri sono la testimonianza incontrovertibile di una situazione che, nel breve volgere di pochi mesi, ha portato l’intera regione da una situazione di piena occupazione a un disagio sempre più diffuso: il tasso di disoccupazione, che a fine 2007 si attestava su una soglia quasi fisiologica del 3,4 per cento, al 31 dicembre 2008 faceva segnare il 4,3, quasi un punto in più. E i lavoratori coinvolti dalla cassa integrazione, secondo la rilevazione Cgil condotta all’inizio di marzo nei cinque comprensori sindacali della regione, erano oltre 21.000. Non tutti a zero ore, naturalmente, ma un ritmo come quello registrato nel primo trimestre, 700 ore mensili di “cassa” tra interventi ordinari e straordinari, equivale a una media di oltre 4.000 lavoratori fermi ogni mese. Gli interventi sono passati dalle 900.000 ore complessive del primo trimestre 2008 ai 2,1 milioni registrati al 31 marzo di quest’anno, con un incremento esponenziale della cigo, passata da 200.000 a oltre 1,5 milioni di ore. A questo vanno aggiunti i lavoratori in mobilità, i contratti di solidarietà, i precari non confermati, per un totale di almeno 2.500 posti di lavoro già bruciati. In una situazione di crisi generale, la situazione più drammatica è quella che stanno vivendo i 930 dipendenti Safilo. Ben 780 persone, di cui circa 700 donne, rischiano di restare senza lavoro, se il gruppo veneto confermerà l’intenzione di chiudere lo stabilimento di Precenicco, 330 posti, e ridimensionare drasticamente quello di Martignacco, che nei piani dovrebbe passare dagli attuali 620 a 170 dipendenti. Un taglio legato al forte indebitamento del gruppo, che nel 2008 ha visto scendere il fatturato del 4 per cento, e alla prossima apertura di una nuova fabbrica di 3.000 posti in Cina. Tra i lavoratori è scattata la mobilitazione permanente, e i presidi 24 ore su 24 delle due fabbriche sono pronti a trasformarsi in occupazione vera e propria, se dai vertici del gruppo non arriveranno segnali di disponibilità alla trattativa, per scongiurare quella che dai lavoratori friulani viene considerata, di fatto, come una doppia chiusura. In bilico anche il futuro del polo chimico di Torviscosa, dove i 270 dipendenti della Caffaro e i 500 lavoratori dell’indotto attendono con crescente ansia l’esito di una vertenza sempre più difficile, legata com’è non soltanto ad aspetti economici, ma a un angosciante intreccio di questioni economiche, giudiziarie e ambientali, innescate dall’inchiesta sull’inquinamento da mercurio avviata dalla procura di Udine, che ha portato alla chiusura dell’impianto cloro-soda nel settembre dello scorso anno. Schiacciata tra le difficoltà finanziarie del gruppo Snia, lo stop agli impianti e le difficoltà di mercato, la Caffaro ha imboccato una via crucis che l’ha portata alla messa in liquidazione. Unica possibile alternativa al fallimento, l’ammissione alla legge Prodibis, strettamente subordinata però alla definizione di un accordo di programma tra l’azienda e il ministero dell’Ambiente sulla bonifica del sito inquinato e i relativi costi. Gruppo Snia e Caffaro sono pronti a mettere sul piatto la proprietà degli immobili e circa 15 milioni di euro, per un valore complessivamente stimato di 285 milioni. Non crisi congiunturali, dunque, ma posti di lavoro e poli produttivi che rischiano di essere cancellati per sempre, aprendo inquietanti prospettive per l’economia friulana, già alle prese con crisi antiche, come quella del cosiddetto Triangolo della sedia (10.000 addetti, ma nel 2001 erano 12.500) o nuove, come quella dell’acciaio, il settore trainante dell’economia friulana. Ma anche dove la crisi è chiaramente effetto della congiuntura negativa, gli effetti rischiano di essere lunghi e dolorosi.A Pordenone, tra le realtà colpite più duramente dalla frenata degli ordini, c’è quel comparto elettrodomestico che ieri nell’era Zanussi e oggi con il marchio Electrolux continua a essere la spina dorsale del manifatturiero nella provincia più “veneta” del Friuli-Venezia Giulia. Sullo stabilimento di Porcia, il maggiore centro europeo di produzione di lavatrici, pesa lo spettro di 480 esuberi, posti dalla multinazionale svedese come contropartita di un piano triennale di 62 milioni di investimenti, funzionale a un incremento dei ritmi produttivi. Il sindacato si è opposto ai tagli, ma la vertenza è aperta e con esiti non scontati. Il dopo crisi è, anche qui, un’equazione con molte incognite.
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