Ma il mercato ci ha traditi? PDF  | Stampa |  E-mail
Scritto da Luciano Mignoli   
giovedì 30 aprile 2009
Oggi non si può più dichiarare che il mercato sia solo eticamente immorale perché causa della mercificazione delle relazioni umane e del depauperamento della natura; oggi, con questa crisi di sistema, si può dire che il mercato ha fallito il suo compito storico di aumentare e redistribuire la ricchezza.

 

Che non distribuisse la ricchezza era chiaro ormai a tutti, il divario fra paesi ricchi e poveri e fra redditi all'interno di uno stesso paese è aumentato invece che diminuire; che non aumentasse più la ricchezza complessiva è evidente ora.

Il mercato ha umiliato il lavoro scoraggiando la creatività e la competenza di chi è sottoposto, non lasciandogli decidere cosa e come produrre, pagando sempre meno il prodotto del lavoro. Rendendo sempre più precario il tipo d'impiego, aumentando così l'insicurezza e la frustrazione sociale. Ma non ha umiliato solo chi produce, ma anche chi compra, entrando nella vita delle persone, nelle relazioni, riducendo la possibilità di godere dei beni comuni, di veder soddisfatti i bisogni essenziali. Di accedere ai flussi di informazione.

Il mercato ha funzionato facendo circolare beni a rapida obsolescenza che si deteriorano subito, aumentando i rifiuti che se bruciati negli inceneritori aumentano le malattie da metalli pesanti, diossine, etc...

A causa degli sbalzi speculativi e della deregulation globale ha messo continuamente a rischio le economie familiari e delle comunità che sono state fagocitate (nel 2013 finiranno gli incentivi per l'agricoltura europea che avevano una funzione di stabilizzazione, e anche il cibo potrà godere delle grandi oscillazioni che ha avuto il petrolio).

La rilocazione (Latouche) di una economia autonoma locale, sociale e di autosussistenza riporta alle energie, alle risorse, al controllo della comunità la possibilità di fronteggiare la crisi garantendo una maggior stabilità di prezzi e posti di lavoro.

Nella gestione dei servizi pubblici con le multiutility ha aumentato le tariffe e gli sprechi; come fa una multiutility a far risparmiare acqua e ridurre i rifiuti se vive del consumo e guadagna sullo spreco? Una sanità privatizzata prospererà se vi sono più malattie o più salute? Quanti passaggi Iva sono stati necessari per dare un'illusoria immaginee di crescita del Pil? Ma più passaggi Iva ci sono e meno viene pagato il produttore e più paga il consumatore.

 

Tutto questo dovrebbe spingere il mondo del lavoro all'esodo dall'economia di mercato, in quanto se vi è dentro e se vive delle sue logiche esso rappresenta sempre di meno il valore più importante. Anche il consumatore, per l'insoddisfazione di questo gioco a perdere, è spinto a quest'esodo. Produttori e consumatori possono:

 

1) partendo dal locale dar vita a comunità di individui che costruiscono nuove economie sostanziali, autocentrate sulle necessità sia essenziali che non dei cittadini che garantiscono un'autonomia economica, l'autosussistenza e un controllo partecipativo che arrivi fino anche alla proprietà dei mezzi di produzione;

 

2) possono sviluppare un'economia di prossimità che porti all'autopromozione agricola, energetica, di beni e servizi, e sganciarsi dalla instabilità del sistema di una economia globalizzata e dalle dipendenze alimentari (con il chilometro zero, i mercati contadini, le open farms e le filiere corte), energetiche, finanziarie (attraverso il microcredito, i mutui agevolati, il credito locale alle aziende condizionato al basso impatto sull'ambiente e all'assunzione prioritaria di residenti senza discriminazioni);

 

3) vivere i territori come beni comuni, le città come banche sociali (per il loro surplus di competenze, tempo e beni distribuibili orrganizzabili in reti di mutuo soccorso);

 

4) decolonizzare l'immaginario collettivo ora xenofobo sostituendolo con i valori comunitari come la cooperazione fra diversi e il supporto sociale, visto che è il mercato che definisce i diritti umani;

 

5) identificare e risocializzare i beni comuni;

 

6) identificare gli sprechi di sistema per reinvestirli in sviluppo della conoscenza e nuove occupazioni (corsi di formazione sul risparmio energetico, gestione comunitaria, ottimizzazione delle risorse), salute, cure sociali (assistenza agli anziani e disabili), in altre parolein una nuova architettura sociale e comunitaria.





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