A Monfalcone vogliono tutta la verità PDF  | Stampa |  E-mail
Scritto da elena placitelli   
giovedì 30 aprile 2009
Continuano a far discutere le indagini sui carabinieri di Monfalcone, in Provincia di Gorizia, che hanno portato agli arresti domiciliari il maresciallo del Nucleo operativo radiomobile, con altri cinque militari indagati a piede libero. All’indomani dell’indagine che ha travolto l’arma, la preoccupazione diffusa è che tutto venga insabbiato. E che, trovato un capro espiatorio, tutto torni come prima.

 

Secondo le ipotesi d’accusa, in vari episodi legati a sostanze stupefacenti i militari avrebbero fatto uso di calunnie, minacce per commettere un reato e abuso d’ufficio. I carabinieri sono gli stessi che, per almeno due anni, hanno investigato su sei ragazzi, di cui tre attivisti di «Officina Sociale», lo spazio autogestito di Monfalcone, e due proprietari di un bar. Arrestati lo scorso 17 febbraio con l’accusa di cessione di hashish e di tollerarne l’uso all’interno dello spazio sociale. Anche se, tra perquisizioni, intercettazioni (audio e video) e sommarie informazioni testimoniali, agli atti risulta sequestrata una quantità minima di hashish.

Insieme agli arresti, in città scatta la mobilitazione per la libertà. Conferenze stampa, volantinaggi, iniziative pubbliche. E visite di solidarietà in carcere, da parte del consigliere regionale di Rifondazione Roberto Antonaz e di Don Gallo, della comunità di San Benedetto al Porto di Genova, che parla di «misure anticostituzionali e di un’espansione di controllo sociale attraverso il diritto penale». Poi il corteo del 28 febbraio. Dopo venti giorni di carcere, i sei vengono liberati dal Tribunale del riesame di Trieste.

 

«Lo abbiamo ribadito più volte - parla Alessandro Metz, presidente regionale dei Verdi ed ex consigliere in Friuli Venezia Giulia – che si trattava di una montatura per incriminare gli unici spazi di socialità di Monfalcone: Officina sociale, con i suoi attivisti più esposti, e un bar del centro città frequentato dalla componente giovanile. La mobilitazione ha messo in discussione metodi di indagine che da tempo colpiscono le fasce sociali più deboli, creando una situazione di delazione continua che si trasforma in controllo sociale e repressione». Ma alla luce dell’indagine sui carabinieri, il pensiero è che «tolta la mela marcia, tutto ritorni come prima, a scapito del buon vivere sociale. «Il Pm Marco Panzeri – continua Metz - che ora ha aperto le indagini sui carabinieri, è lo stesso che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei sei ragazzi. Ma ad aprire questa seconda indagine è stato indotto dall’esposto presentato dagli attivisti. Siamo davvero sicuri che non ci siano responsabilità più ampie e che ora andranno fino in fondo?». Metz si riferisce all’esposto che gli attivisti, una volta liberi, hanno presentato proprio alla Procura della Repubblica di Gorizia, contestando il metodo di indagine condotto e sottolineando la valenza indiziaria del procedimento che «aveva portato al sequestro di poco più di un grammo di hashish».

Sul caso è perplesso anche Lucamaria Ferrucci, uno degli avvocati difensori degli attivisti. «Considerando che di solito si va con i piedi di piombo prima di denunciare persone che appartengono alle forze dell’ordine – spiega Ferrucci - è preoccupante che alcuni comportamenti evidenziati dalla denuncia ai carabinieri appaiano come prassi consolidata. Nel corso di un’indagine, l’investigatore dovrebbe seguire degli ordini e comportarsi secondo un codice deontologico. Se invece usa certe metodologie per acquisire determinate informazioni, il risultato che appare davanti al giudice e al pm non può che essere una forzatura. È drammatico, anche per le ripercussioni sulle persone che vengono sottoposte all’indagine».

«Su tutta questa vicenda –chiude don Gallo, riferendosi ai sei ragazzi che con il carcere hanno visto interrotte le loro vite, il loro lavoro, l’impegno sociale e gli affetti –. Prima o poi qualcuno dovrà chiedere scusa». 





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