PTRC: OSSERVAZIONI / Il Sistema Produttivo PDF  | Stampa |  E-mail
Scritto da Oscar Mancini   
giovedì 21 maggio 2009
Osservazioni al PTRC Veneto in relazione al Sistema Produttivo, a cura di Oscar Mancini (Cgil Veneto).

IL PTRC della Regione Veneto                                                                                              

“Sistema produttivo”                                                                                        

Appunti di Oscar Mancini                                                                                                                                                                                                                                                                      

1. Premessa.                                                                                                                        

 

Negli ultimi vent’anni nel Veneto si è costruito molto. Troppo. Non solo per la residenza. Il boom del cemento è connesso allo sviluppo disordinato che abbiamo conosciuto che ha slabbrato e paralizzato il tradizionale assetto policentrico della nostra Regione. Con la crisi della fabbrica fordista nasce l’impresa rete, il lavoro si dissemina nel territorio. Prima le reti erano corte, distrettuale, poi diventano sempre più lunghe, tendono a stendersi e articolarsi su scala planetaria, connettendo segmenti di produzione, saperi tecnologici e reti commerciali, dislocate magari in diversi continenti. Così la fabbrica postfordista esternalizza. Nascono come i funghi i capannoni in mezzo alla campagna dove il terreno costa meno. La fabbrica just in time elimina il magazzino perché esso viaggia sulle nostre strade congestionate che a loro volta attirano attività commerciali:il tutto genera una mobiltà multidirezionale delle merci e delle persone, quasi sempre su mezzi privati che congestiona il traffico e soffoca la nostra esistenza. Una mutazione gigantesca, formata dalla somma di trasformazioni diffuse e capillari ha investito negli ultimi decenni il Veneto. Un diluvio di cemento che ha deturpato uno dei paesaggi più belli d’Europa che, ciononostante, continua ad essere la prima regione turistica d’Italia grazie al suo straordinario patrimonio storico e paesaggistico. Si affermano nuovi modi di costruire come le strade mercato, una successione lineare di fabbriche ed edifici mostra che ha invaso la pianura veneta. Più in generale quella che era campagna è diventato il paesaggio reticolare della piccola impresa disseminato di case laboratorio.Nuovi monumenti suburbani crescono come i funghi: sono i centri commerciali che sostituiscono le piazze cittadine.      Il nuovo modello di urbanizzazione costoso in temini di distruzione di suolo agricolo, di aumento di spese di energia e di tempo,  insostenibile dal punto di vista ambientale e scarsamente competitivo rispetto ad altri modelli territoriali. Una dispersione insediativa per la quale gli americani coniarono il termine di sprawl town, letteralmente: città sdraiata sguaiatamente.                                                                                                                               

2. Consumo di suolo.                                                                                                                  

 

Dalla lettura delle centinaia di pagine della relazione al nuovo Piano Regionale Territoriale  di Coordinamento e ancor più dell’Atlante ricognitivo emerge frequentemente l’onesto riconoscimento degli esiti devastanti di un uso distuttivo delle risorse di territorio,di acqua, di suolo, di paesaggio. Il consumo di suolo nel periodo 1983 – 2006 è stato pari a 33.158  ha, l’ 1,8 per cento della superficie regionale. Si tratta in grandissima parte di suolo sottratto all’agricoltura. Si consideri che – fatte salve per note ragioni BL (3,5%) e RO (8,8%) tutte le altre province hanno superfici di territorio urbanizzato piuttosto elevato. Si va dal 13,6% di VR al 19,59% di Treviso. Se consideriamo gli ultimi anni le province più sprecone di territorio sono VR e VE, seguite a una certa distanza da PD e TV. Le prime due sono responsabili per circa il 50% dell’incremento di consumo di suolo. Forse non è senza significato il fatto che il Piano non ci fornisca alcun dato relativo alle trsformazioni avvenute nel tessuto urbanizzato e in territorio non edificato dall’entrata in vigore della legge regionale 11/2004 (28 aprile) ad oggi. Eppure vi è uno studio del Prof Domenico Patassini (IUAV) che stima la crescita complessiva di consumo di suolo fra i 4000  e i 4500 ettari. Considerando che nel periodo 2000/2007 si stima siano stati consumati circa 8000/9000 ettari ed essendo la disponibilità di suolo trsformabile prevista dalla legge 11 è di 9358 ettari nel decennio 2000 /2010 si può facilmente dedurre  come il fenomeno delle varianti nel periodo ponte abbia pressochè esaurito la disponibilità del nuovo ciclo di pianificazione inaugurato dai PAT e dai PATI. E invece, a rendere ancor più critica la situazione è la riapertura dei termini per la presentazione delle varianti intervenuta il 12 luglio del 2008 con la modifica della legge 11. A rendere ancor più fosco il quadro è intervenuta la presentazione della cosiddetta legge casa, ovvero la legge che consente un’aumento pressochè generalizzato delle cubature. Altrchè contenimento di consumo di suolo. Suolo sottratto all’agricoltura dicevamo. Un’ agricolura a sua volta sempre meno sostenibile perchè funzionale alla produzione di mangimi per allevamenti controllati da un’industria alimentare monopolistica legata alla grande distribuzione. In pochi anni la superficie agricola totale (SAT) si è ridotta a 117000 ha  e quella utilizzata (SAU) a 830000 ha con una perdita media annua di circa 18000 ha. 

 

Dalla lettura del Rapporto Ambientale allegato al PTRC emergono con chiarezza le gravi conseguenze ambientali generate dalle politiche urbanistiche sin qui seguite. Come rileva l’Arch Sergio Lironi, il dato più significativo, da questo punto di vista, è probabilmente quello relativo all’impronta ecologica, che, come è noto, misura la quantità di territorio “biologicamente attivo” di cui una popolazione necessita per produrre in maniera sostenibile tutte le risorse che consuma e per assorbirne rifiuti ed emissioni inquinanti. L’impronta ecologica per la Regione Veneto è di 30.234.474 ettari equivalenti l’anno, pari a 6,43 ettari equivalenti pro capite (contro una media nazionale di 4,2 ha pro capite per anno). La biocapacità del Veneto è però solo di 7.633.742 ha equivalenti l’anno, pari a 1,62 ha equivalenti pro capite: il che significa che il deficit ecologico della regione è di 22.600.732  ha equivalenti l’anno e quello di ciascun residente di 4,81 ha. Un deficit che denuncia lo squilibrato rapporto con i paesi in via di sviluppo da cui proviene larga parte delle risorse che noi consumiamo (ma fino a quando ciò sarà possibile?) e gli insostenibili livelli dell’inquinamento da noi generato. Un deficit che – come lo stesso Rapporto Ambientale dimostra – potrebbe in larga misura essere colmato se l’ambiente divenisse realmente una priorità nella pianificazione e nelle politiche della Regione  

 

3.Lo scarto tra i buoni propositi e le norme tecniche “sistema produttivo”.                                                                                                                                   

In sostanza la relazione e i documenti allegati analizzano criticamente il modello di sviluppo fin qui praticato, ne certificano la crisi e sono ricchi di buoni propositi riassumibili nella scelta di uno sviluppo fondato sulla qualità.                                                                                                 

L’esame delle norme tecniche però, anche in riferimento al capitolo sistema produttivo, conferma la valutazione generale che il gruppo di lavoro ha dato del PTRC: il piano adottato dalla giunta regionale non ha alcuna delle caratteristiche degli strumenti di piano.                                       

D’altra parte non poteva che essere così se già fin dal “Prologo” veniamo avvertiti non solo che il cosiddetto Piano contiene “pochi, pochissimi vincoli, il minimo indispensabile” ma anche che si tratta di una semplice “cornice e trama di fondo” nella quale inserire “i piani d’area (..) e di settore”. La conferma l’abbiamo leggendo un ulteriore passo del prologo: “un piano d’idee e di scelte, piuttosto che di regole; un piano di strategie e progetti piuttosto che di prescrizioni”.  Sono i cosiddetti “progetti strategici” che la Regione avoca a se esautorando gli Enti Locali. Progetti da realizzarsi attraverso gli strumenti della “concertazione” e della “semplificazione” con soggetti privati e pubblici. Il tutto ammantato con l’accattivante linguaggio della “sfida della qualità”. L’art. 5 ci fornisce un lungo elenco di tali progetti. E’ tuttavia è altamente probabile che l’elenco sia largamente incompleto se si considera quanto previsto dall’art 38 : “Le aree afferenti ai caselli autostradali, agli accessi alla rete primaria ed al SFMR per un raggio di 2 Km dalla barriera stradale sono da ritenersi aree strategiche di rilevante interesse pubblico ai fini della mobilità regionale. Dette aree sono da pianificare sulla base di appositi progetti strategici regionali”. Per la mobilità regionale o per cementificare e congestionare ulteriormente il territorio con i vari Veneto City e Marco Polo City per limitarci a Venezia? Per progetti regionali o per assecondare i progetti degli immobiliaristi e soddisfare così le aspettative della rendita? Per quanti hanno esaminato i progetti in campo queste domande risultano retoriche. Eppure il PTRC potrebbe essere l’occasione per operazioni di riequilibrio territoriale tese a sostituire (non aggiungere) localizzazioni disperse. Per le zone industriali sarebbe stato necessario applicare politiche di selezione e di riorganizzazione territoriale fondate sul sistema della mobilità, della rete stradale e ferroviaria per il trasporto delle merci. Dal piano sarebbe stato dunque ragionevole attendersi almeno una classificazione in relazione alla giusta collocazione sia rispetto alla rete trasportistica che in relazione ai problemi ambientali.                                                                                                                                        

Eppure la relazione al piano evidenzia a pag 57 gli effetti negativi della dispersione/diffusione degli insediamenti produttivi in termini di diseconomie aziendali e settoriali ma ancor più con riferimento alle ricadute territoriali:                                                                               

- congestione del traffico                                                                                                                   

- inquinamento                                                                                                                                

- invasione dei paesaggi rurali e urbani                                                                                 

Tutto ciò ci dice ancora la relazione provoca “una serie di viscosità e attriti territoriali non più sostenibili”.                                                                                                                                       

Il vigente PTRC prevedeva un incremento del 10 % delle aree industriali rispetto al 1984. L’incremento reale al 2002 è stato invece pari al 42 % con  41.294 ettari destinati alle aree industriali. Senza considerare il successivo boom dei capannoni e de nuovi “PIP” incentivati dalla Tremonti bis che ha ulteriormente slabbrato il tradizionale assetto policentrico della nostra Regione. La distanza tra le previsioni del PTRC vigente e le aree effettivamente realizzate è dunque notevole. Il massimo dell’incremento a Belluno e Venezia con oltre il 70 % e il minimo a Vicenza con il 17 %.                                                                                                                                           

La relazione riconosce che la superficie territoriale della Regione adibita a zona produttiva “risulta essere molto consistente anche nei confronti della situazione nazionale” Non solo. Le zone industriali sono in generale molto frammentate e piccole. La media è di 7 ettari.                                    

Le aree di dimensione superiore ai  500  ettari sono solo 5: Porto Marghera è la più grande con oltre 2000  ha, segue Verona con 1380  ha, quindi Padova con 836, Porto Viro con 649 e infine Vicenza con 513 che però andrebbe forse più opportunamente considerata in tutta la sua estensione intercomunale almeno fino a Montecchio.                                                                                                        

Rovigo ha un valore prossimo ai 500  ha mentre Schio, Bassano, Arzignano, Portogruaro e Rosolina hanno dimensioni superiori ai 300  ha.                                                                                               

Queste però sono le eccezioni. Infatti, come abbiamo già detto, la superficie media regionale delle aree è di 7 ha con un minimo a Venezia pari a poco più di 2 ha. Immagino al netto di Porto Marghera.                                                                                                                                                 

Il grado di dispersione è segnalato anche da un altro dato: il numero medio di aree produttive per comune:                                                                                                                       

- 14 aree produttive per comune a TV                                                                                  

- 11   “       “              “       “        a VR e VI                                                                                   

- 9      “       “             “        “       a PD e RO                                                                                           - 5      “        “            “        “       a VI                                                                                  

- 4      “        “            “         “      a BL                                                                                             

 

Non è dato di sapere qual è il grado di saturazione di queste aree, quanti sono i capannoni sfitti, quante sono le aree e gli edifici industriali dismessi e/o da bonificare.                                      

Ci si limita ad affermare genericamente (per esempio a pag 85 della relazione) che “va favorito il recupero delle vaste aree industriali sottoutilizzate o in via di dismissione presenti sul territorio regionale. In tal senso va riservata un’attenzione del tutto particolare per Porto Marghera, al suo presente e al suo futuro”.                                                                                                               

A pag. 233 ci si propone di “comprendere le ricadute territoriali” dei distretti di ultima generazione, i cosiddetti metadistretti e le eccellenze produttive. Le norme tecniche però all’art 44 si limitano ad individuare 8 eccellenze produttive e a rinviarne la valorizzazione “mediante appositi progetti che ne assicurino lo sviluppo”.Sembrerebbe quasi un proposito di politica industriale. Sappiamo quanto poco affidabili siano i propositi della giunta regionale tuttavia compito del sindacato è quello d’incalzare la Regione perché le parole si trasformino in fatti.                                      

 A a pag. 234 la relazione ci propone condivisibili obiettivi di “aggregazioni territoriali delle strutture disperse e di taglia troppo piccola” e tante altri accattivanti intenti sulla formazione di reti infrastrutturali locali coordinate e integrate, pervase dai temi delle sostenibilità energetica e ambientale. Il tutto connesso con il sistema della mobilità stradale e ferroviaria senza dimenticare neppure i collegamenti ciclo pedonali. Ma ancora una volta casca l’asino quando passiamo ad esaminare l’art. 43 delle norme tecniche. Esso si limita a una discutibile e pasticciata classificazione dei “sistemi produttivi di rango regionale”, che comprende un po’ di tutto, a rinviare ai PTCP il compito di prevedere per essi sulla base di un generico indirizzo volto a “valorizzare ed accrescere le potenzialità economiche degli stessi anche attraverso la razionalizzazione dei processi produttivi, l’integrazione funzionale delle attività e la riqualificazione ambientale”. Più che una norma sembra un testo tratto dalla letteratura. Un po’ più dettagliati sono gli indirizzi per quelli che vengono definiti i “Territori geograficamente strutturati” (Norme tecniche.art 43 pag. 19 ). Ma il piano evita di compiere scelte conseguenti alle analisi. Non seleziona le aree che meriterebbero realmente di essere definite di rango regionale per fondare su di esse la necessaria riorganizzazione bloccando nel frattempo con norme cogenti l’espansione delle aree di “taglia troppo piccola”. Finisce addirittura per inserire nelle aree di rango regionale persino le “strade mercato”.La selezione è invece indispensabile per riorganizzare il sistema produttivo all’interno di aree strutturate e servite dal sistema della mobilità ovvero del trasporto merci. Avrebbe quantomeno dovuto indicare alle province un dimensionamento e dei parametri per selezionare, tra le migliaia di zone industriali, quelle che hanno le caratteristiche di giusta collocazione rispetto alle sensibilità ambientali e alla rete ferroviaria e stradale. E ancora parametri e incentivi per dotarle di servizi e reti tecnologiche adeguate. E assegnare ad esse il ruolo da assumere in nome della razionalità amministrativa.     Forse l’articolo più pregnante – tutto è relativo- sul piano degli indirizzi è il 45.  In esso si afferma l’obiettivo di contrastare la dispersione insediativa ma si rinvia alle province il compito d’individuare i sistemi produttivi da confermare, potenziare e qualificare prima della realizzazione di nuove aree. E ai Comuni il compito di determinare “delle linee preferenziali di espansione delle aree produttive”. Si continua a parlare di espansione quando sarebbe ragionevole attendersi- anche sulla base delle analisi contenute nella relazione- un preciso indirizzo volto alla “riqualificazione e al riuso delle aree esistenti”. Ma tali obiettivi sono destinati a rimanere sulla carta in assenza di norme cogenti e di strumenti. Uno di questi, sperimentato in Emilia Romagna è l’istituto dell’Associazione tra i Comuni finalizzata a superare comportamenti competitivi tra gli Enti locali socializzando gli introiti derivanti dagli oneri di urbanizzazione. Tali associazioni sono istituite da una legge regionale e promosse e incentivate dalle province.                                                           

 

4. Conclusioni.                        

                                                                                                    

La relazione ci propone infatti un “terzo Veneto” capace di archiviare la crescita quantitativa, orientato alla ricerca della qualità e alla tutela dei valori territoriali compromessi o messi a rischio dall’attuale modello di sviluppo. La grave crisi economica in atto da un lato e quella ecologica dall’altro richiedono spingono verso una riconversione ecologica del sistema produttivo capace di sostenere un’occupazione qualificata partecipando alla divisione internazionale del lavoro con produzioni a maggior valore aggiunto. Il Veneto ancora nel 2006 aveva una quota del 12,3% del valore delle esportazioni nazionali, secondo solo alla Lombardia. Ma la quota di merci esportate ad alto contenuto tecnologico scende a poco più dell’8%. Per non parlare della spesa in Ricerca e Sviluppo che vede il Veneto precipitare al misero 0,6% del PIL, contro l’ 1,1% dell’Italia, contro l’obiettivo del 3% previsto per il 2010 da Lisbona. E invece quello che sembra prospettare la Giunta Galan con il combinato disposto Piano edilizio (noto come piano casa) e PTRC  è uno sviluppo trainato dalla rendita della speculazione immobiliare .Centinaia di pagine di studi, analisi, descrizioni, perorazioni ed anche talvolta apprezzabili dichiarazioni d’intenti sono vanificate dalla vaghezza e dalla inconsistenza delle norme. C’è però una norma decisamente prescrittiva: è quella che consente alla Regione di avocare a se le aree di maggior valore espropriando i comuni delle loro competenze. Forse potrebbe non esserci  niente di male, a mio modesto parere, se l’intento fosse quello di riorganizzare il territorio sulla base di un progetto capace d’integrare gli aspetti funzionali con quelli paesaggistici, culturali e ambientali. Sappiamo invece che l’obiettivo è un altro: togliere qualsiasi ostacolo alla realizzazione dei grandi progetti di valorizzazione immobiliare dalle denominazioni accattivanti ma assolutamente devastanti per il territorio come hanno messo in evidenza le tante associazioni e comitati nati per contrastarli.  La speranza è affidata alla crescita della coscienza civile delle popolazioni e alla capacità delle istituzioni più vicine ai cittadini d’interpretarla. Qui c’è un nuovo campo d’azione anche per la CGIL. Come ha detto Epifani concludendo l’assemblea delle Camere del Lavoro il tema della tutela del territorio è parte integrante della nostra strategia.Anche per questa via passa il nostro obiettivo di riqualificazione della contrattazione confederale territoriale.





Figo: lo DIGO!Segnala su OK Notizie!Digg!Del.icio.us!Google!Facebook!Technorati!StumbleUpon!Yahoo!
 
< Prec.   Pros. >

Carta settimanale

[carta.org]
Lonely Europe
Guida all’Europa nella crisi globale: viaggi, storie, analisi e racconti ai confini del continente solitario in cerca di un modello
Scarica il mensile Carta Estnord

[social network]


canale youtube estnord

[in evidenza]