La crisi e il movimento dei sindaci PDF  | Stampa |  E-mail
Scritto da gianni belloni   
giovedì 03 dicembre 2009
L'hanno annunciato ieri a Padova, 200 sindaci, in gran parte veneti: una nuova manifestazione dei primi cittadini a Roma per il 9 dicembre. Le lamentazioni sono note, i comuni sono sul lastrico complici il «patto di stabilità» che impone un tetto di spesa, anche in presenza di disponibilità finanziaria, i tagli ai trasferimenti statali, la mancata sostituzione dell'unica tassa federalista, l'Ici, prontamente abolita con l'arrivo del governo di centrodestra.

 

Non è la prima manifestazione dei sindaci a Roma: il 1 ottobre dell'anno scorso sfilarono in 300 con la fasce tricolori al petto. L'accoglienza dei palazzi romani fu gelida – ci fu anche qualche problema con la polizia per l'accesso del «corteo» a piazza Montecitorio – e la proposta di trasferire il 20 per cento dell'Irpef agli enti locali è rimasta lettera morta.

 

Dall'anno scorso la crisi sociale si è approfondita: secondo un recente studio dell'Associazione comuni italiani [Anci] il 65% dei Comuni ha ridotto le rette e le tariffe dei servizi per le famiglie colpite da problemi occupazionali e, mediamente, le spese sociali sono aumentate dell’8% rispetto al 2008. La domanda di servizi sociali crescerà quest’anno del 20%. Ciò richiederebbe un impegno ulteriore di 1,6 miliardi di euro complessivi, a fronte di una contrazione dei bilanci comunali di 3 miliardi l’anno per i prossimi tre anni. Questi i dati.

 

Il dato politico ci dice che la Lega, che vede come il fumo degli occhi il movimento dei sindaci, è riuscita ad imbrigliare il discorso federalista ed istituzionale facendone della cattiva retorica e della pessima ideologia. Per questo il movimento dei sindaci, se vuole ottenere qualche risultato, deve uscire del campo del confronto istituzionale tra enti locali e governo centrale e parlare della crisi sociale che attraversa i territori alleandosi con i soggetti sociali che la crisi subiscono. Crisi che deve trovare risposta non solo, e non tanto, dal punto di vista della struttura produttiva, ma soprattutto della crisi sociale – mancanza di reddito, esclusione sociale, scadimento dei beni comuni - e su questo fronte i comuni hanno un ruolo prezioso.





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