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Roma - La difesa governativa di Pietro Cincci in Senato, dove i senatori Paolo Brutti e Anna Donati avevano bersagliato il presidente dell'Anas per la sua retribuzione, fu convinta e appassionata. Affinché non restasse l'ombra del dubbio, il vice del ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, Angelo Capodicasa, si sentì in dovere di precisare: «L'incarico di collaudatore di alcune opere parziali del progetto Mose prevede compensi di ridotta entità e non configura conflitto d'interessi con l'Anas». Verissimo. Che cosa c'entrano le strade con il sistema di dighe mobili che dovrebbero salvare Venezia dall'acqua alta?
Ma perché l'incarico di collaudare un'opera p bblica debba essere affidato al presidente dell'Anas, esperte di finanza laureato in economia e commetcio che all'epoca era a capo della società Stretto di Messina, può risultare altrettanto incompzensibile ai più. Un collaudo serve innanzitutto a stabilire se il lavoro è stato eseguito correttamente: nel caso di un palazzo, banalmente, se non crolla. Detto questo, si possono trovare, e si trovano, tutte le gibstificazioni. Diversamente, al collaudi non parteciperebbe talvolta anche qualche magistrato. Il fatto è che fra i collaudatori del Mose Ciucci non è neanche l'unico proveniente delrAnas. Ce ne sono almeno cinque. li direttore progettazione Massimo Averardi, ingegnere. L'architetto Mauro Colletta, ex Autostrade finito a fare il capo vigilanza sulle concessioni autostradali. L'ex direttore generale Francesco Sabato poi nominato alta dirigente del ministero delle Intastrutture, ingegnere. E il predecessore di Ciucci, Vincenzo Pozzi, ingegnere anch'esso. ll quale, per ironia della sorte, è finito nella stessa commissione con il suo successore. Pozzi e Ciucci uniti nel collaudo. Forse troppo, per non suscitare nella Corte dei conti riflessioni sfociate in una ustionante relazione firmata qualche mese fa dal magi stnto Antonio Mezzera. Anche perché frai collaudatori, oltre al nutrito drappello targato Anas, figurano anche dirigenti di altre struttiire pubbliche come il direttore del ministero delle lnfrastrutture, Valeria Olivieri e il direttore amministrativo dell'Agenzia per laprotezio e ambientale dei Friuli-Venezia Giulia Pietro Cangiano. E perfino un signore che non è laureato: Gualtiero Cesarali, geometra. Quando la Corte dei conti, sorpresa dalla «designazione, per una pluralità di collaudi, diim soggetto non laureato, tanto pi per opere così significative e complesse», ha chiesto spiegazioni al Magistrato delle acque di Venezia, organismo ora presieduto da Patrizio Cuccioletta e responsabile della nomina dei collaudatori, la risposta è stata questa: «Vista lapre senza degli altri due membri laureati non si ha motivo di dubitare della qualificata preparazione della Commissione». Ciò basti. Poco importa, hanno segnalato i magistrati contabili, che «per le prime sette nomine» questo collaudatore fosse stato designato «con il titolo di dottore e solo per gli ultimi due affidamenti con il titolo di geometra». I collaudatori incaricati finora sono 16 in tutto, divisi in sei commissioni: quattro, da tre membri ciascuna, per i lavori alle bocche di porto e due, da due componenti ciascuna, per le opere complementari. In gran parte dipendenti pubblici, tutti soggetti esterni al Magistrato delle acque. E nemmeno questo è piaciuto alla Corte dei conti. Che ha sottolineato come la decisione, motivata dal Magistrato dal fatto che i propri tecnici erano tutti impegnati, non rispetti la legge sui lavori pubblici. Tanto più, aggiungono i giudici, che «contro i principi di trasparenza l'affidamento degli incarichi è avvenuto intuitu personae, senza alcuna forma di selezione e pubblicità». Cioè a naso, non volendo essere maliziosi. Come non bastasse, «gli emoluinenti da corrispondere ai collaudatori sono integralmente posti a carico del concessionario». Prassi «non conforme a legge». Perché qui succede che il collaudatore, cioè il soggetto pubblico incaricato di mettere il boUino alle opere, viene pagato dal privato le ha realizzate. Nella fattispecie, il Consorzio Venezia nuova, che riunisce le pi grandi imprese di costruzione. Vero è che il Mose si fa con denari pubblici, quindi i soldi dei collaudi sono sempre i nostri. Ma non sono certo somme di «ridotta entità». Leggendo i bilanci del Consorzio si scopre infatti che in cinque anni, dal 2004 al 2008, e per lavori il cui stato di avanzamento sul finire dello scorso anno era al 46%, i componenti delle commissioni di collaudo hanno incassato 23 milioni 868.640 euro. Miracolo delle tariffe professionali, che in questo caso sono state maggiorate del 60% per rimborso forfettario delle spese, con il risultato di raggiungere «il limite massimo della legislazione vigente». Un andazzo deprecabile, secondo la Corte dei conti, che va avanti indisturbato da anni. Ecco cosa dicevano nel 1998 i magistrati contabili: «E in espansione la prassi di attribuire incarichi con retiibuzione collegata alle tariffe professionali a funzionari delle pubbliche amministrazioni. Tale soluzione non sembra in linea con le regole della concorrenza, dal momento che pone in una situazione di evidente privilegio i dipendenti pubblici, i quali possono avvalersi di relazioni personali per ottenere gli incarichi; sfruttando di fallo le strutture e i mezzi dell'amministrazione e non affrontando alcun rischio di impresa». E il bello è che «l'attribuzione di remunerativi incarichi di verifica non appare neppure utile dal punto di vista della efficacia dei controlli». Ma allora, a che cosa servono? [Tratto da Il Corriere della Sera del 2 dicembre 2009] |