Verso le elezioni: i «buchi» del sistema sanitario in Veneto PDF Stampa E-mail
Scritto da Ciro Asproso, Luca Fantò, Tomaso Rebesani   
mercoledì 27 gennaio 2010

L’invecchiamento progressivo della popolazione è un fenomeno irreversibile.

L’ISTAT ha stimato che in Italia la quota di popolazione con più di 65 anni passerà dall’attuale 16,8 per cento, al 20,4 per cento del 2010 e al 27,1 per cento del 2030. Per effetto di queste dinamiche, nel 2030, sono previste 307 persone con più  di 65 anni per ogni 100 ragazzi al di sotto dei 15 anni di età. 

Oltre a ciò  va considerata l’evoluzione degli assetti familiari, con fenomeni noti, che evidenziano il venir meno della tradizionale rete di sostegno per le persone non autosufficienti e determinano una crescente quota di assistenza, a carico dei Centri di Servizio dislocati nel territorio.

In questo scenario si colloca l’approvazione - avvenuta lo scorso 26 Novembre 2009 - della Legge:

“Disposizioni per l’Istituzione del fondo regionale per la non autosufficienza e per la sua disciplina”.

 

L’obiettivo è quello di rafforzare complessivamente, il sistema regionale dei servizi alla persona e di offrire risposte efficaci ed appropriate, alle necessità determinate dall’evoluzione demografica recente e alle tendenze che si stanno delineando per i prossimi decenni. 

Più in particolare il provvedimento mira a garantire, come si legge nelle premesse, la possibilità per la persona non autosufficiente di “scegliere con libertà la tipologia di servizi di cui servirsi, non in funzione delle proprie disponibilità economiche, ma in relazione ai bisogni derivanti dalla particolare condizione in cui si trova”.

Per espressa previsione della Legge, il Fondo regionale per la non autosufficienza, viene a porsi come il terzo pilastro di protezione universalistica, accanto al Fondo sanitario nazionale e al Fondo nazionale per le politiche sociali, “in grado di completare e di integrare gli strumenti di finanziamento dell’attuale sistema di solidarietà pubblica”, le cui prestazioni non vanno a sostituirsi a quelle sanitarie “ma vanno ad affiancarsi ad esse, per garantire quei servizi di natura socio-assistenziale indispensabili per il miglioramento della qualità della vita della persona non autosufficiente e della sua famiglia”. 

Finalità  ed enunciati del tutto condivisibili, ma come accade troppo spesso: “la montagna ha partorito il topolino”. Infatti, le scelte operative sono rinviate ad un successivo ed improbabile provvedimento di Giunta; mentre il Fondo in questione - destinato a finanziare i bisogni di oltre 120.000 persone, tra disabili e non autosufficienti - viene avviato senza alcuna integrazione di risorse. 

La creazione di un unico Capitolo di spesa regionale può anche essere una giusta decisione, poiché in tal modo, si potranno attuare politiche globali non incasellate in schemi rigidi, tuttavia, se ci si limita a mettere insieme quello che già c'è, non si produce alcun effettivo miglioramento.

Gli stanziamenti per il sociale sono stati falcidiati, sia a livello nazionale, sia regionale:

- il Governo, ha tagliato alla nostra Regione 100 milioni (su 150) di trasferimenti per il sociale rispetto allo stanziamento 2008. Mentre Galan, con il pieno consenso della Lega Nord, ha ridotto di altri 20 milioni (13 nel 2009 e circa 7 per il 2010). 

Giusto fare economia, ma non scaricando la crisi sui ceti deboli. Non sarebbe stato meglio, come chiesto dalle opposizioni in Regione, reintrodurre l’addizionale IRPEF sui redditi più alti (oltre 75.000 euro) per dare una boccata di ossigeno al Fondo? O ragionare su una tassa di scopo? Siamo sicuri che i veneti non siano disponibili a fare qualche sacrificio per i propri vecchi e i disabili?

Tutte domande che rimarranno senza risposta! 

Così  com'è senza risposta un'altra grande questione: - quand’è che la smetteremo con quella iniqua ed illegittima tassa sulla salute, costituita dalla compartecipazione delle famiglie al costo delle rette per il ricovero in casa di riposo? 

L’importo dovuto a titolo di quota alberghiera, che deve essere corrisposto dall’anziano dichiarato non autosufficiente dalla UVG (così come per gli handicappati gravi e i malati di Alzheimer), dovrebbe essere valutato con riferimento esclusivo ai redditi e ai beni del ricoverato e non ai redditi dei familiari. Infatti, il malato dovrebbe contribuire solo nel limiti del proprio reddito personale (pensione ed eventuale assegno di accompagnamento) e del suo patrimonio (alloggi, terreni, ecc.), mentre nessun contributo può essere chiesto dagli Enti locali ai familiari (cfr. artt. 6, IV comma, e 25 Legge n. 328/00). 

Nonostante il preciso e chiaro disposto legislativo (che trova sostegno anche nella giurisprudenza), ancora oggi, i Comuni impongono ai familiari dell’anziano non autosufficiente di compartecipare al pagamento della quota alberghiera. Inoltre, la Regione Veneto non riconosce alle Case di Cura il reale costo sanitario, così che gli ospiti non autosufficienti (ed i loro parenti) vengono a pagare rette alberghiere da Hotel a 5 stelle. 

Anche in questo caso, la nuova legge sul Fondo regionale se la cava con il rinvio ad un successivo atto di indirizzo della Giunta: “al fine di assicurare uniformità ed omogeneità agli interventi sul territorio regionale” (cfr. art. 6, comma V). Col bel risultato di abbandonare a se stesse migliaia di famiglie, che sempre più spesso, sono sospinte oltre la soglia di povertà, dalle spese per il sostentamento di un proprio componente affetto da malattia cronica. 

A quanto detto si aggiunga il gravissimo ritardo che colloca il Veneto, tra le poche Regioni italiane, a non essersi dotate di una legge di riordino delle IPAB; sebbene la 328 del 08.11.2000 - “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali" - inserisca a pieno titolo le IPAB nella nuova rete integrata dei servizi sociali.  

Da troppo tempo, ormai, è all’esame del Consiglio regionale veneto la relativa bozza di legge, che dovrebbe fare chiarezza su talune questioni gestionali e garantire adeguati ed efficienti meccanismi di controllo. A nostro avviso, è necessario innanzitutto porre un limite al ricorso indiscriminato alle esternalizzazioni. L’urgenza di garantire la sostenibilità economica dei servizi di Welfare, spinge molti amministratori a sostituire la gestione diretta dell’assistenza alla persona con esternalizzazioni conferite secondo il criterio del minor costo. Questo, indebolisce il valore di relazione tra ospite e operatore, genera profili professionali indefiniti e determina un decadimento della qualità del servizio. Un secondo aspetto, riguarda il rapporto tra controllore e controllato ed è tempo di stabilire, in modo chiaro, l’incompatibilità tra la carica di componente del Consiglio di Amministrazione e quella di Consigliere comunale, riducendo anche i “costi della politica”. 

Nelle nebbie delle prossime elezioni regionali, non sarebbe male accendere una luce sui problemi che interessano la gente comune, a partire dal diritto alla salute e da un’idea diversa di Servizi alla persona. 

 

Ciro Asproso – Verdi

Luca Fantò – PSI

Tomaso Rebesani – SeL 
 

Vicenza, 25 gennaio 2010

 

 
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