Donne resistenti PDF  | Stampa |  E-mail
Scritto da Annamaria Macripò   
mercoledì 09 giugno 2010
All’incontro delle donne della Resistenza veneta organizzato domenica 6 giugno a Palazzo Leoni  Montanari di Vicenza da rEsistenze (Associazione per la memoria e la storia delle donne in Veneto), chi si aspettava di veder comparire gracili e inermi nonnine fra gli ottanta e i novant’anni, magari avvolte dalle nebbie dell’alzheimer, è rimasto certamente spiazzato e ha dovuto necessariamente ricredersi di fronte all’energia e alle parole delle signore che si sono succedute al microfono dopo la lettura delle testimonianze raccolte dalla storica Sonia Residori, splendidamente interpretate dalla voce dell’attrice Martina Pittarello.

 

Quelle anziane donne non possono che definirsi ‘guerrigliere’ ancora combattenti, partigiane, insomma. Ma non partigiane di una volta, nel ricordo, bensì donne piene di vita e vitalità che riescono a coniugare anche al presente la loro scelta di un tempo, una scelta fatta in un tempo di guerra, di schierarsi da una parte ben precisa, assumendosene tutte le conseguenze, fino in fondo.
Nei dizionari italiani, il termine ‘partigiano’ , oltre che  ‘appartenente ai movimenti di resistenza contro le forze fasciste’, assume anche il significato di ‘fazioso’, ‘che manca di obiettività e imparzialità’. Come se lo schierarsi, come se il coraggio di fare una scelta fosse qualcosa di negativo.
Qualcuno dice che le persone sono ciò che il momento storico che sono chiamate a vivere esige da esse. Certo. Ma oltre alle coordinate storiche precise, contingenti, c’è prima di tutto il libero arbitrio, quella ‘cosa’ che ti fa scegliere da che parte stare in una situazione, qualunque essa sia, ma soprattutto in quelle situazioni tragiche, estreme, come ad esempio un conflitto in atto, durante le  quali scegliere di stare da una parte invece che dall’altra significa mettere a repentaglio la propria vita, magari per la salvezza di vite altrui. Per un ideale, insomma.
 ‘Scelta’ per definizione stessa si contrappone a ‘indifferenza’.  Ed è proprio questa antitesi a proiettarci di nuovo nel presente, richiamati dall’appello delle partigiane a continuare a ‘resistere’.
Ma non è facile creare nuove forme di resistenza in una quotidianità in cui le guerre vere (quelle con i morti, per intenderci) sono sempre ‘altrove’, sovvenzionate da governi opulenti di ogni colore che si piegano a logiche di mercato e di profitto, mascherandole da esportazioni di democrazia e stabilità.
È arduo creare sacche di resistenza allo smantellamento della scuola come luogo universale e gratuito di apprendimento per le generazioni future. Allo svilimento del lavoro come garanzia minima per tutti. Alla negazione del principio di accoglienza sul proprio territorio. All’incapacità resa legge e culto di riconoscere e rispettare la diversità.
Forse le sacche di resistenza ci sono già, ma non sono organizzate, non sfruttano la Rete, non utilizzano tutti i mezzi necessari per coordinarsi e unire le forze. E quindi sono deboli. E quindi è come se non esistessero.
Oggi, il nemico è più difficile da individuare perché ha subdolamente sparso il suo pernicioso seme nella nostra cultura, intesa nel senso più ampio come quel complesso di tradizioni e comportamenti che caratterizzano un popolo.
E allora forse c’è bisogno della memoria, del racconto del vissuto di chi ha fatto la Resistenza per  poter ritrovare l’emozione di commuoversi di fronte a tanto coraggio e all’ammissione di tanta paura, per farsi sopraffare dall’indignazione di uno sguardo in parallelo sul presente. C’è bisogno di diffonderle, queste storie, come semi positivi, per riuscire  a recuperare la resistenza come metodo da adottare nel nostro contesto storico. Forse questo è l’unico antidoto che possa servire a risvegliare le coscienze assopite e assuefatte.

 





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