La mostra Headlines: “in evidenza dal basso” (a cura di Urban Code ) apre il 23 aprile al S.a.L.E. di Venezia, con l’intento di proporre una rassegna di alcuni tra i writers più interessanti del panorama nazionale e internazionale. Il progetto porta con sé una riflessione profonda sullo statuto del writing nella contemporaneità. Scrivere di writing, oggi, significa scrivere, allo stesso tempo, di pacchetto sicurezza e di vestiti per adolescenti, significa scrivere di illegalità e di Mtv, di treni “fatti” a rischio di galera e di critici che hanno già inciso la pietra tombale del graffito con l’epitaffio: “Qui giace l’archeologia della contemporaneità”. Significa, insomma, scrivere di un fenomeno di costume che ha pienamente assunto la dimensione di arredo urbano globale.
Chi ha meno di sessant’anni difficilmente potrebbe pensare ad una città (ad una vita) senza il writing: sui muri, sulle architetture, sui mezzi di trasporto, sulle felpe, sui cappellini, in televisione, nelle insegne, sulle saracinesche, nelle vetrine, nelle gallerie d’arte, nelle aste. Il writing, come pratica diffusa ha realizzato, più di ogni singolarità artistica che abbia affrontato il problema, la sfida di costruire quell’opera d’arte totale che rende incerti i confini tra i generi, tra l’alto e il basso, tra l’arte e la vita.
Allora come approcciare l’argomento? Non mi arrogo qui la pretesa di indicare che cosa sia il writing oggi o quale sia il suo futuro. Né intendo porre al centro di queste poche righe il tema dello stile, o degli stili. Vorrei invece sottolineare un elemento. Proprio a causa del suo carattere spurio, il writing è oggi un medium dalle potenzialità comunicative non paragonabili rispetto ad ogni altra pratica che possa essere annessa, a torto o ragione, all’ambito delle arti visive. Non si tratta qui, di avere una visione meramente strumentale del writing, però bisogna evitare ogni ingenuità. Il carattere di autonomia (in senso artistico) assunto da questa pratica, cioè l’ipotetica frase: “questo pezzo non significa altro che se stesso, non esprime altro che il proprio stile, non vuole che testimoniare il fatto che il writer abbia sentito la necessità di farlo”, tale frase (come è storicamente accaduto per l’arte “alta”) consegna questa pratica ad un suo uso meramente strumentale dal punto di vista mercantile. Insistere sul carattere di spontaneità e informalità del writing significa darlo in pasto, nudo e crudo, alla sua sussunzione mainstream. Con questo cosa voglio dire? Che un writer non dovrebbe ricavare reddito dalla sua attività? Assolutamente no, ma dovrebbe farlo operando una scelta, magari evitando di recitare la parte di Cappuccetto Rosso in grembo alla nonna-lupo. Mi riferisco ad una scelta di produzione di senso dentro e contro quella che è la produzione di senso del capitale legata al writing. Quest’ultima non può limitarsi a risarcire in minima parte il singolo writer (rendendogli l’onoreficenza simbolica, spesso neanche richiesta, del titolo di artista) attraverso il mercato, spingendolo nelle mani di questo per mezzo della sua criminalizzazione e la conseguente restrizione di spazi di praticabilità urbana. Dentro a questo processo l’etichetta del ribelle si trasforma in un logo appetibile. A Urban Code, invece, va certamente dato il merito di aver operato questa scelta, di aver individuato la propria necessità di fare writing nella necessità della costruzione di un conflitto di senso dentro alle contraddizioni di cui sopra. Urban Code ci dice che per rinnovare il gesto sovversivo dei primi writers (senza proporne una mera parodia), per tornare a mordere i muri e le coscienze, è necessario articolare la propria pratica dentro ad un discorso generale di costruzione del comune, dentro ad una dinamica di conflitto aperto che si ponga il problema di rovesciare i dispositivi di cattura contemporanea. Non si tratta qui, di indicare formule pratiche premature, si tratta, con realismo, di organizzare una guerra contro il senso comune sul writing, per imporne invece (metropoli per metropoli, spazio sociale per spazio sociale, metro per metro) un senso del comune. Si tratta, come in altri ambiti, di riprenderci ciò che è nostro, di tornare a esercitare in libertà la trasformazione dell’immaginario della metropoli, di costruire istituzioni del comune in grado di autogestire e di organizzare momenti di densificazione di tale immaginario, di bypassare il circuito di connivenza tra luoghi espositivi e mercato, di farci noi stessi mercato per finanziare i nostri spazi e le nostre iniziative. E qui torniamo al punto di partenza, alla necessità di lavorare ad un livello profondo di produzione di senso, inserendo questo lavoro dentro ad un rapporto di forza tra noi (il comune) e il capitale. Ancora una volta, in definitiva, si tratta di accettare una sfida. |