Indipendentemente dal “colore” delle coalizioni che governano. Gli ultimi scandali nel settore dei lavori pubblici sono un ultimo accadimento, in perfetta continuità con quanto succede in questo settore da almeno 40 anni! Corruzioni, mafie, costi anomali hanno la loro origine nei perversi meccanismi, attivati nelle grandi tragedie nazionali: il terremoto del Belice, del Friuli, della Campania.
Si sperimenta un modello procedurale, dove tutto diventa emergenza che segna programmi e leggi di spesa nei lavori pubblici. L’emergenza genera procedure straordinarie, leggi speciali e Commissari, che diventano di volta in volta il Presidente della Regione, della Provincia, il Sindaco o il “grande” tecnico organico alle cricche. Leggi speciali per le calamità naturali, “mondiali”, ”le Colombiadi”, “i parcheggi”, ”l’Aids”, “le scorie nucleari”, “le opere strategiche “, “per Reggio Calabria “, “per Venezia “.
Sono smantellati i pochi presidi a tutela del pubblico interesse: reato di abuso di ufficio (modifica art 323 codice penale), modifica dell’art 513 c.p.p. , depenalizzazione del falso in bilancio ( 2621 c.c.). La legge sui lavori pubblici (109/94) limitatissima negli effetti, che avrebbe dovuto incidere nel settore e uscire da “tangentopoli”, dopo un iter travagliatissimo e con accadimenti inquietanti sui quali mai è stata fatta luce, è svuotata. La legge è pubblicata sulla gazzetta ufficiale con due settimane di ritardo rispetto all’inderogabile tempo di pubblicazione dopo la promulgazione.
La ragione? Una “manina” sembra avesse modificato il testo (art 8 comma 7) approvato in Parlamento che incideva sulla partecipazione alle gare d’appalto delle imprese indagate per corruzione. L’applicazione della legge è sospesa con vari decreti. Il problema è risolto dal decreto legge 359 del 1994, con l’introduzione tra l’altro della soppressione di due articoli importanti, gli art. 20 e 21 della legge 57/1962 con la quale si sospendevano o si cancellavano dall’Albo Nazionale dei Costruttori le imprese che erano accusate di reati contro la pubblica amministrazione. Decreto poi reiterato e infine convertito in legge, con il nuovo Governo Dini con la legge 216/1995.
Resta infine assente la modifica più incisiva per malaffare e organizzazioni criminali: le norme che disciplinano il subappalto per contrastare le associazioni mafiose. Queste ultime possono continuare a operare perché la loro attività fondamentale si svolge nei “contratti di nolo” e di “fornitura e posa in opera”, che non comporta la richiesta di autorizzazione al committente né la certificazione antimafia. Eppure periodici relazioni della Commissione Parlamentare Antimafia hanno denunciato che i settori ad influenza della criminalità erano i settori del calcestruzzo, movimento terra e cave.
Ininfluenti sono infine i rilievi della Corte dei Conti su alcune società pubbliche. In una sua relazione di qualche anno fa scriveva: “Elemento preoccupante accertato dalla Corte è il mancato collegamento delle gestioni patrimoniali delle società pubbliche con quelle dello Stato… questo mancato collegamento impedisce chiarezza e trasparenza sugli effetti delle gestioni manageriali delle holding pubbliche, caratterizzate da ricorrenti deficit e da operazioni di “pulizia” ciclicamente sopportate dall’Erario”.
I deficit cui la Corte si riferisce sovente sono riconducibili o a debiti contratti per investimenti infrastrutturali con costi esorbitanti. Modello esemplare di riferimento è l’Alta velocità ferroviaria italiana. Con decreto del ministero del Tesoro (146206/97) furono posti a carico dello Stato mutui e prestiti per circa 32 miliardi di euro. In seguito ulteriori 13 miliardi di euro, interessi che nel 2006 sono stati pari a 618 milioni di euro per il fallimento della società Infrastrutture Spa, creata dal ministro Tremonti e che avrebbe dovuto ridurre la “quota a carico dello Stato” per finanziare l’alta velocità. Incidentalmente l’a.v. doveva essere finanziata con il 60% di capitali privati.
Privati inesistenti ma necessari per affidare i lavori a trattativa privata. Anche il ministro Di Pietro nel 1996, ad una interrogazione parlamentare che chiedeva il perché il collaudo della linea a.v. venisse affidato al Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (figura oggi inquietante!), rispose che l’incarico poteva esser accettato essendo l’opera realizzata da un “privato” e finanziata con capitali “a maggioranza privati”! Oggi quell’insistente privato ha scaricato, senza i corposi interessi, la bellezza di 45 miliardi di euro.
Sottostima dei costi, sovrastima dei ricavi, dichiarazione di “emergenza”, irresponsabilità dei manager pubblici, legge sugli appalti per le opere pubbliche con vistosi buchi: sono le “bombe” poste sotto il bilancio pubblico dello Stato e della democrazia italiana. I 16 miliardi di investimenti pubblici per la Expo milanese per costruire due autostrade, due metrò, una nuova tangenziale, stazioni, ferrovie e padiglioni unitamente alle opere strategiche che l’Ufficio Studi della Camera quantifica in 260 miliardi di euro, dovrebbero creare un sussulto di responsabilità nelle Istituzioni.
E la smettano i leghisti di pontificare: in Veneto gli appalti per l’ampliamento della Fiera di Vicenza (vinto con il massimo rialzo sic!) e l’ammodernamento della Mestre –Adria, sono stati vinti dall’azienda di cui è proprietario insieme ai fratelli il soggetto che ha indetto la gara, la Finanziaria Veneto Sviluppo. In Lombardia l’area della Cascinazza di proprietà del fratello del presidente del Consiglio, “salvata” dai continui allagamenti da 168 milioni pubblici, per la progettazione di un canale scolmatoio, una volta era per i leghisti una vergognosa speculazione.
Oggi con la variante urbanistica fatta dal sottosegretario al ministero per lo Sviluppo e assessore all’urbanistica del Comune di Monza è diventata utilizzabile per la Expo e successivamente edificato con destinazione direzionale, produttiva, residenziale. La Procura di Monza è intervenuta perché l’area era stata venduta a una società in odore di mafia che avrebbe dovuto corrispondere al fratello del presidente del Consiglio un’integrazione in caso di valorizzazione dell’area.
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