Cave: spunta il condono camuffato

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Il diavolo, si sa, si annida nei particolari. In questo caso si gioca tutto nella differenza tra «ripristino» a «recupero ambientale»: la deliberazione della giunta regionale veneta n. 2912 del 14 ottobre 2008 - oggetto: «Piano regionale attività di cava» [P.r.a.c.] - ha introdotto una trasformazione del concetto di «ripristino» delle attività estrattive dismesse a favore del «recupero ambientale», nella convinzione dichiarata che non sia più “ripristinabile” un luogo modificato nella sua morfologia dalle attività di coltivazione. Se tale concetto è valido significa che, per il legislatore, con il termine «recupero ambientale» si intende qualcosa d’altro dal riconsegnare alle attività agricole originarie la porzione di territorio provvisoriamente utilizzata con altre funzioni [solo nelle aree agricole possono sussistere le attività estrattive].

Sorge spontanea una domanda: ma ci sono voluti 26 anni (la Legge regionale di riferimento è del 1982) per verificare questo? O ci si è accorti che, non vigilando, la maggior parte dei siti di cava esauriti, dismessi o abbandonati sono risultati mai ripristinati e pertanto serve un «condono» generalizzato ottenuto con un passaggio ad altro uso del sito, naturalmente a spese della comunità e dell’ambiente?

L’attività estrattiva nel Veneto, ma anche nel resto d’Italia, dove non è stata condotta in modo corretto, ha comportato danni rilevanti all’ambiente e al paesaggio, sottraendo definitivamente superfici estese di suolo ad uso agricolo e forestale. Conseguentemente molti sono i conflitti nati per contrastare o perlomeno arginare tali attività irrispettose delle regole, dei paesaggi, delle falde e quanto altro contrasta con un uso civile dei suoli.

Nemmeno la tentazione di utilizzare questi siti, una volta dismessi, per attività diverse da quelle agricole è rimasta inevasa: sono centinaia le discariche che hanno trovato «sede naturale» nelle ex cave, ben prima della nuova proposta del piano cave del 2008, producendo in molti casi il prosieguo della presenza e delle attività di comitati o associazioni.

Si è transitati per così dire da un conflitto ad un altro: prima per le devastanti e incontrollate attività estrattive, poi per le discariche o per le attività industriali direttamente connesse che hanno prodotto delle vere e proprie aree produttive in aree agricole.

È il caso, ad esempio e non diversamente da molte altre aree del Veneto, di alcune ex cave nelle Colline Moreniche di Rivoli Veronese o del basso Garda, dove ad imponenti attività estrattive, che hanno sfiorato e in molti casi raggiunto le falde sottostanti, si sono successivamente sostituite discariche di rifiuti speciali e pericolosi o attività industriali per la frantumazione del pietrisco.

Spesso queste convivono a ridosso dei centri abitati e, a seguito di improvvide autorizzazioni rilasciate dalla Regione o dalla Provincia, hanno acuito i conflitti fino ad interessare le Procure locali.

Analoga evoluzione nelle attività estrattive nelle aree collinari o montane, dove i siti di cava sono diventati, anche attraverso varianti ai Piani Regolatori, vere e proprie aree produttive con lavorazioni al di fuori di quanto consentito dalle attuali leggi vigenti, in deroga anche alle più elementari norme in materia di standard urbanistici relativi agli allacciamenti alla rete fognaria e alle reti di depurazione.

Stante così la situazione e alla luce di quanto sostenuto nel Prac, ovvero che la ricomposizione finale dell’attività di cava include l’eventuale riclassificazione urbanistica dei siti a giacimento esaurito, poiché sono circa 1400 le attività estrattive nel Veneto tra attive e dismesse, tale provvedimento non può che configurarsi come un vero e proprio condono: un condono per le imprese che non hanno attuato gli obbligatori ripristini nelle attività dismesse, e un condono alle inadempienze della Regione Veneto che, aggiungendo al danno la beffa, stabilisce per legge «l’opportunità» di sistemare le cave attive risolvendo «problemi di emergente attualità, come l’accumulo di riserve idriche, la riforestazione, siti di biodiversità, etc.». Va da se che nell’”etc.” siano incluse le discariche, visto che perlopiù questa è stata la funzione «ripristinatrice» più rilevante attuata ad oggi.

Con questo si annulla definitivamente il concetto che il progetto di recupero deve essere parte integrante del progetto di coltivazione e che dovrebbe iniziare durante le prime fasi di scavo; quando questa prassi risultasse difficile da attuare ne dovrebbe conseguire una riduzione dell’area di escavazione da autorizzare. Al contrario, si è preferito il «recupero ambientale», quale prassi che detiene in sé tutte le soluzioni immaginabili.

Con questo si perpetua, per legge, il conflitto tra popolazioni e istituzioni.

 

 

 

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