Le molte domande sull'incubo chiamato Veneto City

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Veneto city, il sogno del suo ideatore, Luigi Endrizzi, è l’incubo di chi vede questo progetto come una spugna che assorbirà tutte le – poche – risorse che potrebbero andare verso Padova e verso Mestre [dove la conversione delle aree ex industriali di Marghera langue]. I comitati promettono battaglia, annunciando ricorsi al Tar e alla Corte di Giustizia Europea, in virtù della mancata assoggettazione alla Vas e sull’iter amministrativo, dato che non sembrano esserci le condizioni di utilità pubblica, indifferibilità e urgenza che sono preliminari all’utilizzo del mezzo dell’accordo di programma.

Si rimane sempre interdetti di fronte a quella che appare come una dicotomia tra le intenzioni e la pratica. Nessuno nega che il sistema produttivo sia essenziale per sostenere l’economia di una regione, di un paese. La nostra economia è stata esemplare in questo: una flessibilità produttiva che ha assorbito e inseguito le variazioni della domanda per decenni, rinchiusa nel recinto del pensiero legato alla necessità del soddisfacimento dei bisogni materiali. Un approccio funzionalista, che ha consegnato alla rassegnazione la trasformazione del territorio. Un’inevitabile conseguenza del sistema industriale, che ha dettato la trasformazione, inseguita dalla pianificazione arrancante.

Ed ora, nonostante le intenzioni [quando il Piano territoriale regionale, il Ptrc, è stato adottato dalla Regione, l’allora governatore Giancarlo Galan parlava di un piano volto al «miglioramento della qualità della vita»], non notiamo sintomi di cambiamento nel meccanismo.

Ci si pongono molte domande. La prima riguarda l’uso dell’accordo di programma in un intervento così esteso, che può essere letto come la concessione della pianificazione pubblica in mano ai privati: una resa, una conferma dell’incapacità del nostro sistema pubblico di immaginarsi un futuro e dell’impossibilità di guidare i privati in una direzione.

Poi, il confronto con il tema del reperimento delle risorse finanziarie per i comuni: come modificare i processi di trasferimento della rendita fondiaria, in modo da renderla più «pubblica» e meno «privata»; quale artificio inventarsi per accelerare i processi di trasformazione [attraverso la demolizione e la ricostruzione, processo che a onor del vero trova spazio nella seconda fase di Veneto City] di quelle parti urbanizzate del territorio che stanno collassando; come far emergere i costi nascosti dello sviluppo, che sempre più ampie fette della società si accorgono esistere.

Questo ci porta verso quelle domande che riguardano la maggior parte delle fasce di popolazione: come definire il concetto di qualità di vita; in che modo operare per cercare di ricostruire un nuovo equilibrio, a partire della condizione attuale del territorio; quale strada percorrere per salvare quelle parti di territorio ancora integro, e quali meccanismi attivare per mantenere le sue qualità intrinseche.

Che risposte hanno queste domande? C’è n’è una che emerge tra le righe: se diventa sempre più evidente uno scollamento tra il mondo politico che gestisce la struttura e si rapporta con quello imprenditoriale, e quello civile, e se è quest’ultimo che non è più disposto a sopportare quello che ha sopportato finora, è questa stessa distanza che deve essere ridotta, attraverso l’adozione di processi partecipativi e di nuove metodologie progettuali. E’ la governance che va ripensata.

Sono temi che stanno acquistando sempre maggior interesse, da parte di un insieme di cittadini sempre più sensibilizzati. Dalla questione della rendita fondiaria, al convegno Istituto nazionale di urbanistica lo scorso febbraio, a quello della governance, lo scorso giugno al convegno sulla Città mutante [l’analisi del nostro Veneto Centrale], a quello del pensiero sistemico che mette in primo piano l’interconnessione e l’insieme delle relazioni come fondanti per lo sviluppo di una società nella quale la qualità della vita si misuri non solo materialmente, con l’uso e il consumo delle merci, ma anche e soprattutto immaterialmente.

Non è un caso che su questo Domenico De Masi sia stringente, delineando un’Italia futura, da qui al 2020, nella quale la ricerca della migliore qualità della vita punterà al silenzio, allo spazio e alla sicurezza: fattori che sono strettamente legati alle condizioni sociali della vita quotidiana in città.

 

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