Porto Tolle: la fenice che risorge dalle ceneri

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Dopo la bocciatura da parte del Consiglio di Stato della Valutazione d'impatto ambientale che approvava la conversione a carbone della centrale di Porto Tolle che ha sollevato le solite bordate antiambientali da parte industriale, adesso ci provano sia la Regione Veneto che il Governo a resuscitare il progetto.

Il Veneto sta cercando di cambiare la legge regionale che non permette la costruzione di una centrale a carbone all'interno del Parco del delta del Po, impedendone quindi la riconversione dell'attuale centrale a olio combustibile. Il Governo, dalla sua, ha introdotto nella manovra economica - nella solita maniera piratesca cui siamo ormai abituati - due commi all'articolo 35 che in modo obliquo rendono nei fatti superato lo stop che il Consiglio di Stato aveva dato solo a maggio alla riconversione a carbone di Porto Tolle. Vale la pena ricordare allora di cosa stiamo parlando e di cosa potrà comportare questa mossa del cavallo.

Fare una centrale da quasi 2 mila megawatt in un delta di un fiume, nell'ambito di uno dei parchi ambientalmente più significativi del Paese, era già assai discutibile. Il vecchio impianto a olio combustibile, condannato per disastro ambientale e accusato di danno biologico, era stato un colossale errore di pianificazione. La conversione a carbone, oltre a produrre l'emissione di oltre 10 milioni di tonnellate l'anno di CO2, comporterebbe la movimentazione nell'area di 5 milioni di tonnellate di carbone all'anno e di un altro milione di tonnellate tra calcare, gessi e ceneri.

Un punto critico è stato quello del confronto con le alternative: oltre all'alternativa "zero" (cioè non far nulla in un'area già interessata da un rigassificatore) c'era l'alternativa di fare un impianto a gas.
Enel ha sostenuto la tesi che, essendo i gruppi a carbone più grandi di quelli usualmente impiegati per gli impianti a gas a ciclo combinato, i camini più alti avrebbero garantito maggiore diluizione degli inquinanti e dunque implicato un minore impatto.

Questa tesi non ha alcuna base scientifica. Gli inquinanti, infatti, viaggiano, si trasformano chimicamente e interessano un'area vasta (dell'ordine delle centinaia di chilometri). Dunque le preoccupazioni ambientali su quell'impianto non sono di tipo "nimby", ma riguardano invece l'impatto su gran parte della pianura padana. Bisogna poi ricordare che per tutti i microinquinanti - un elenco assai lungo: piombo, mercurio, arsenico, cromo, eccetera - le emissioni specifiche del gas sono decine o centinaia di volte inferiori rispetto a quelle del carbone. In particolare, guardando ai componenti più temuti, i dati dicono (microgrammi/kWh): Pcb carbone 0,68, gas 0; policlorodibenzo/diossine o furani (Pcdd/F) carbone 0,04, gas 0,0016; Benzo(a)pirene, carbone 0,002, gas 0,0012.

In particolare, le circa 7mila tonnellate annue di ossidi di zolfo e azoto emesse dalla centrale a carbone - contro le poco più di mille di una centrale a gas a parità di energia prodotta - comportano la genesi di grandi quantità di particolato fine "secondario" attraverso gli ossidi di zolfo e di azoto, che, oltre che acidificare l'atmosfera, ne sono i "precursori". Basti pensare che in una città come Bologna oltre un terzo del particolato ultrafine (inferiore ai 2,5 micron di diametro) è costituito da nitrati e solfati provenienti da sorgenti lontane. Ed è noto che si tratta della frazione del PM10 più pericolosa dal punto di vista sanitario.

Il recente rapporto di Legambiente, Mal'aria 2011, conferma una situazione sconfortante e grave sui livelli di particolato fine nelle città italiane: 30 delle 48 città italiane fuorilegge per numero di superamenti annuali dei limiti di PM10 sono nella pianura padana.

E' possibile una strategia alternativa per salvare il posto a circa 300 operai? A parte l'alternativa del gas - certo assai meno inquinante di quella del cosiddetto "carbone pulito" - le analisi del potenziale delle rinnovabili in Italia mostrano ampie possibilità, con un impatto occupazionale ben superiore rispetto alle fonti convenzionali. Senza parlare delle ricadute occupazionali che potrebbero avere le misure di efficienza energetica proposte recentemente, a livello nazionale, da Confindustria, e che una cauta proiezione sull'area di Porto Tolle fa ascendere a oltre 3000 nuovi posti di lavoro.

Dal punto di vista energetico poi, l'analisi del potenziale di efficienza nel settore elettrico, elaborato dal Politecnico di Milano per Greenpeace, mostra un potenziale energetico pari a quello di 10 centrali di Porto Tolle, ma economicamente assai più conveniente. La protezione dell'ambiente e il fare fronte ai cambiamenti climatici rappresentano, oltre che una necessità, un'imperdibile occasione occupazionale: ma bisogna cambiare drasticamente le attuali politiche energetiche e industriali.

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