Le proprietà collettive in Friuli: una tradizione che parla al futuro

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In Friuli esistono 46 Comuni in cui è accertata ufficialmente l’esistenza di «beni comuni tradizionali» ed esiste un coordinamento regionale della «proprietà collettiva». Di seguito il testo dell'intervento del coordinamento in occasione del convegno regionale del 17 settembre di Pradibosco “Invertiamo la rotta!»

Bondì e benvignûts a ducj. È con emozione ed orgoglio che il Popolo delle Proprietà collettive del Friuli e del Carso triestino vi porge un caloroso benvenuto, quassù “in Pradibosc” e in Carnia, in mezzo a queste rocce, a questi boschi, a questi pascoli posseduti e gestiti collettivamente da sempre.
Sentiamo l’onore, l’orgoglio e la responsabilità di ospitare questo importante convegno, in un momento che potrà essere decisivo per il futuro di tutti noi, se saremo davvero capaci di elaborare e proporre ciò che concretamente serve per una radicale inversione di rotta.

Ma l’emozione e l’orgoglio più grande deve, a ragione, provarli la Comunità di Pesariis e la sua valorosa Amministrazione dei Beni civici, che è un esempio per tutti noi e che in questo posto ci dà nuovamente prova di quanto possa fare un paese che costruisce il proprio destino, utilizzando in forma solidaristica e mutualistica le proprie risorse, naturali e culturali.

Nato come pionieristica struttura per il Turismo sociale, questo albergo è un monumento dell’intraprendenza e della lungimiranza del nostro popolo, al di là dei problemi di ripensarne continuamente una gestione moderna e sostenibile.

Se oggi siamo qui a riflettere e a confrontarci sui temi che ci propone questo convegno, vuol dire che davvero ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, nel 2009, Elinor Ostrom è stata insignita del Premio Nobel per l’economia «for her analysis of economic governance, especially the commons» (da leggere come si traduce esattamente in italiano).
Basti pensare che, all’indomani del 12 ottobre di quell’anno, il quotidiano “la Repubblica” spiegava che i Beni comuni, secondo Ostrom, sarebbero i «beni gestiti dai consumatori».
Mentre “l’Unità” definiva «risorse comuni, quei beni il cui consumo da parte di un soggetto riduce le possibilità di fruizione da parte degli altri».
Definizioni quantomeno bizzarre, ma prevedibili, visto che l’inviato del quotidiano romano, Angelo Aquario, accreditava la Ostrom come «fino all’una e un minuto di ieri una professoressa ancora felice e sconosciuta».
Eppure il Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive di Trento, in occasione della sua IV Riunione scientifica, nel 1998, aveva già portato in Italia l’illustre accademica.
E già nel 2006, lo stesso Centro trentino si era fatto promotore della traduzione italiana del celeberrimo studio di Ostrom “Governing the Commons” (“Governare i beni collettivi”).

Il rederendum di giugno, ma soprattutto il suo inaspettato risultato, ha rimescolato le carte. Ha obbligato molti alla rincorsa, imponendo un’attenzione nuova per le tematiche care alla studiosa americana e, da sempre, anche al Popolo delle Proprietà collettive.
Ma non dobbiamo né possiamo accontentarci.
È ancora tanta la confusione, l’ignoranza, diremmo quasi la malizia, con cui si affronta il tema dei Beni comuni.
Si confonde spesso fra Beni pubblici e Beni comuni e ancor più spesso ci si dimentica che, all’interno dei Beni comuni, vanno distinte diverse tipologie, che impongono – per garantirne la sopravvivenza e lo sviluppo – forme diverse di gestione.
Soprattutto quando si parla di gestione dei Beni comuni la confusione regna sovrana.
Cosa intendiamo realmente per gestione pubblica? Chi sono i legittimi titolari della gestione delle diverse tipologie di Beni comuni?

Troppo spesso, anche in questa nostra regione, il nemico più grande di quei Beni comuni tradizionali che sono i Beni civici o Proprietà collettive non è la privatizzazione, ma la gestione pubblica, allorché i Comuni o gli enti pubblici pretendono di espropriare ed emarginare le comunità titolari dei Beni, arrogandosi compiti che non competono loro e disattendendo completamente i princìpi costituzionali della sussidiarietà e dell’autonomia delle formazioni sociali originarie.

Tuttavia, c’è un nemico ancor più subdolo e potente di quei Beni comuni tradizionali che sono le Proprietà collettive: è il nostro disinteresse e il nostro abbandono.
Quanti di noi, troppo affaccendati a rivendicare i propri diritti, dimenticano di rivendicare i propri doveri di componenti attivi e responsabili di collettività titolari di Beni comuni tradizionali?
Quanti di noi assistono indifferenti all’abbandono di boschi e pascoli, in montagna; o ad uno sfruttamento insulso e devastatore di significative porzioni di terra fertile, in pianura; o all’invasione del turismo di massa e di sistemi di pesca incompatibili, nella nostra laguna?
Nel solo Friuli esistono 46 Comuni in cui è accertata ufficialmente l’esistenza di Beni comuni tradizionali, ma fra di essi sono ancora una piccolissima minoranza quelli in cui opera un Comitato regolarmente costituito per la loro amministrazione a vantaggio della comunità locale.
In altri 93 Comuni friulani – a oltre 80 anni dalla promulgazione dalla legge del 1927 che le impone – si attende ancora la definizione delle operazioni di accertamento dei diritti collettivi sulle Terre comuni.

E quanti milioni di ettari sono in questa stessa condizione in Italia?
Noi crediamo che possa e debba partire dalla gestione attiva delle Terre civiche la costruzione di quell’Economia della preservazione e dell’equità, cui tutti noi sinceramente aspiriamo.
Non ci sarà mai un’Economia solidale se manca chi si fa carico di produrre il pane quotidiano e se manca chi elabora e attua modalità nuove e comunitarie di produrre, valorizzando le risorse del territorio in cui vive, in un’ottica di equità intergenerazionale e di rinnovabilità.

Bon lavôr, Dober Delo, Gute Arbeit (Arbeit si legge: arbait – il resto com’è scritto), Buon lavoro a tutti.

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