Stampare «skei» per uscire dalla crisi?

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Sta facendo discutere la proposta lanciata dalla lista indipendente «Cittadella Futura» d'introdurre nella cittadina della provincia di Padova, gli «skei», una moneta complementare da affiancare all'euro. «Se un vestito dovesse costare 100 euro, a Cittadella ne potrebbero bastare 70 e il resto andrebbe ammortizzato con 30 skei. La moneta avrà un rapporto di parità con l'euro e verrà distribuita gratuitamente a persone ed imprese che decidano di aderire al progetto» spiega Streliotto, leader della lista civica che intende contrastare il sindaco leghista Bitonci alle elezioni amministrative previste per il prossimo anno.

Il contesto di pesante crisi economica ha sicuramente aiutato «Cittadella Futura» nel comunicare la proposta degli «skei», proposta in sè non nuova visto che sperimentazioni concrete di monete complementari sono in corso da alcuni anni anche a nordest.

Sono oltre 4mila gli esempi di monete complementari presenti in tutto il mondo, a partire dai Lets (local Exchange Trading Systems) inglesi, basati sullo scambio di ore-lavoro, ai WIR svizzeri, al circuito REGIO tedesco, alle Ithaca hours americane, o ancora al sistema Buoni giapponesi.

«La loro rapida diffusione soprattutto negli ultimi anni - scriveva Eliana Caramelli in un articolo uscito su Carta Estnord nel 2008 - è indice del bisogno delle persone di svincolarsi da un sistema basato sulla finanziarizzazione dell’economia, per tornare a porre al centro la produzione e il lavoro, recuperando nel contempo legami sociali e relazioni dirette con il proprio territorio. In particolare, in periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, queste forme di monete locali hanno l’importante ruolo di ridare potere di acquisto alle famiglie e sostenere le attività economiche locali».

La realtà più importante di moneta complementare in Italia è quella dello Scec [Solidarietà che Cammina] a cui i promotori degli «Skei» sembrano essersi ispirati: una parte di produttori, esercizi pubblici, professionisti, prestatori d’opera e anche enti pubblici, aderiscono al circuito SCEC, dando disponibilità ad effettuare uno sconto [a propria scelta, in media del 20 per cento] sui propri prodotti e/o servizi. L’entrata nel circuito prospetta loro un vantaggio nell’aumento e nella fidelizzazione della clientela. Il cittadino/consumatore, iscrivendosi all’associazione, riceve gratuitamente un libretto di SCEC, in taglio da 0,50 a 50, del valore di 1 euro ciascuno, che può spendere presso i rivenditori convenzionati, ottenendo lo sconto pattuito e indicato. Quindi se una maglietta costa 10 euro, si potrà pagarla 8 euro+2 SCEC, con un certo vantaggio per le tasche delcompratore. A differenza dei buoni sconto già utilizzati ad esempio da molti centri commerciali, lo SCEC non viene gettato ma utilizzato a sua volta dal rivenditore/produttore presso altri aderenti al circuito.

L’Associazione Arcipelago SCEC, organizzata in «isole» locali - un'isola è attiva a Verona in Veneto e Martignacco, in provincia di Udine in Friuli Venezia Giulia] - aiuta i soggetti economici iscritti a trovare altri fornitori disponibili ad entrare nel circuito, con l’obiettivo di allargare la filiera. Un modo efficace per sostenere le piccole realtà produttive tendenzialmente del mercato locale.

Ma non è tutto oro quello che luccica - è proprio il caso di dire - e anche in queste sperimentazioni possono nascondersi dei rischi: «tra i principali limiti, denuncia Maurizio Ruzzane, economista della Rete per la decrescita, la tendenza di molti dei sistemi proposti a perseguire obiettivi incoerenti tra loro, come il dichiarare finalità ecologiche - scrive Eliana Caramelli - anche se il meccanismo porta di fatto ad aumentare il livello dei consumi, ancorché locali, con tutto ciò che questo comporta in termini di uso delle risorse. O ancora di restare legati a dinamiche inflazionistiche a causa della mancanza di una propria base di valore che impone di mantenere un rapporto di convertibilità con la moneta ufficiale. Inoltre il limitarsi ad agire all’interno di gruppi relativamente di piccole dimensioni, trascurando di fatto la riflessione sui sistemi monetari internazionali. Infine, c’è da chiedersi come riuscire a legare l’ammontare delle monete complementari o dei Buoni Sconto emessi al valore di produzione reale di un certo territorio, garantire in tempi rapidi la loro emissione nelle quantità necessarie senza gravare con ulteriori costi, assicurare anche un ritorno fiscale alla comunità che serve per sostenere politiche di welfare e di gestione dei beni pubblici».

Di questo tema invita a discutere, tra l'altro, anche Guido Viale in un importante articolo uscito ieri sul Manifesto: «di fronte a una stretta del credito (credit crunch) potrebbero svolgere un ruolo decisivo - scrive Viale - la creazione e la moltiplicazione di “monete” a base locale emesse, in circuiti ristretti, su basi fiduciarie. È un tema che meriterebbe maggiore attenzione».

Non c'è dubbio che per poter realizzare un’ “altra economia” è necessario agire anche sul sistema monetario, e le monete locali, da questo punto di vista, non devono essere solo efficaci strumenti di stabilità dei prezzi locali, mantenimento del potere d’acquisto individuale, ammortizzatori  rispetto alla crisi finanziaria. Se legate alle Reti di Economia Solidale, alle filiere corte, ai sistemi di scambio di ore-lavoro (banche del tempo), possono diventare un altro mezzo per la creazione di nuove forme di socialità, di welfare e di organizzazione del lavoro, sostenendo un’economia della decrescita, basata su criteri di benessere per tutti, nel rispetto delle risorse ambientali del pianeta.



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