Nord Est capitale europea della cultura? Tifiamo Matera!

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Ci stanno riprovando. Dopo la corsa per la candidatura di Venezia alle Olimpiadi del 2020, fortunatamente finita nel nulla, la  classe dirigente del cosiddetto «nord est» vuole candidarsi a «Capitale europea della cultura 2019». Ancora una volta si esorcizzano i problemi e si incensa l'«evento» come momento taumaturgico capace di dare una «svolta» a una situazione di crisi, sperando che una pioggia di miliardi europei possano sostituire un serio ripensamento di un modello di sviluppo che pare arrivato davvero al capolinea.
I déjà vu è servito: qualcuno lancia il sasso nello stagno del dibattito locale, alla chetichella tutti iniziano ad accodarsi. I politici di ogni schieramento, poi gli industriali, le categorie economiche, passando per le fondazioni bancarie che di fatto gestiscono gran parte dell'offerta culturale della regione. Friulani e trentini vengono coinvolti con roboanti metafore: piattaforme logistiche, internazionalizzazione, innovazione, termini tanto vuoti quanto ottimi per un buon titolo.

Dietro alla «capitale della cultura», a grattare nemmeno tanto la superficie, si celano i soliti propositi: Tav, nuove strade per migliorare le «infrastrutture», marketing territoriale per portare  turisti su nuove rotte, un gran parlare di «innovazione». Citiamo dal documento «Idee e progetti per il nordest capitale 2019»: «E' necessaria una svolta culturale che, come fu per Genova 2004 e Torino 2006, ridisegni l’organizzazione del territorio, le sue funzioni e individui le linee per un nuovo possibile sviluppo industriale e culturale». Il problema è che, se Torino (ma quella era un'Olimpiade, non c'è qualche differenza?) e Genova sfruttarono il «grande evento» per tentare di ridisegnare una identità urbana post-industriale, questa elaborazione, salvo rari casi, è completamente assente dal dibattito attuale.

Fuori dall'esorcismo e dal marketing, la realtà parla di giovani che non vedono l'ora di scappare da un territorio in buona parte segnato dal provincialismo, di una regione governata da un partito come la Lega Nord che della cultura ha fatto il suo nemico pubblico numero uno. In questa regione l'assessore Elena Donazzan ha chiamato a un «boicottaggio civile» (!) di scuole e biblioteche pubbliche contro autori come Roberto Saviano, il sindaco di Cittadella Massimo Bitonci ha messo al bando i kebab e nega la cittadinanza a chi non supera un certo reddito, la sindaca di Montecchio Maggiore Milena Cecchetto impone norme discriminatorie sulle case degli immigrati e plaude all'arrivo del «Giro di Padania» come ad un alto momento di sport. In questa regione peraltro le stesse politiche sulla «sicurezza» sono seguite da sindaci di centro sinistra, che impongono la chiusura dei locali la sera prosciugando così la cultura meticcia che cresce nelle strade.

I cantori della cultura del nord est non si pongono il problema: parlano di «incubatori d'impresa» quando ci sembrerebbe più corretto parlare di «incubo dell'impresa». Dedicano interi festival alle «città impresa» quando, al di fuori dei centri storici tirati a lucido per lo shopping, questa metafora è già una realtà, fatta per lo più disordine urbano, rotatorie e smog. Parlano di «città diffusa» quando il panorama ci parla di una «periferia diffusa», come l'ha definita lo scrittore Vitaliano Trevisan.
I grandi scrittori di queste terre, d'altro canto, sono quasi dimenticati dai promotori: nel documento di cui sopra il compianto Andrea Zanzotto è confinato in un elenco di quattro righe insieme a Mario Rigoni Stern e al Mart di Rovereto (!). Del Meneghello «antiretorico» nessuna traccia (e forse, in tanta retorica autoincensante, la cosa non gli dispiacerebbe). Ma c'è spazio nel nord est per il contraddittorio, per le attive eppure sempre oscurate minoranze? E poi: si può davvero parlare di cultura senza affrontare le tante culture che qui si incrociano, e il dialogo con esse?

Suoneremo presuntuosi, ma ci auguriamo che il nord est non vinca questa «sfida». Dovendo scegliere, preferiremmo tifare Matera, una piccola città del sud che ha scommesso su se stessa proponendosi come nodo di scambio fra le culture del mediterraneo. La città che Carlo Levi definì «disperata e bellissima» non ha dimenticato – a differenza dei nostri politici e industriali - il suo passato povero e contadino, e nel suo manifesto di candidatura a capitale culturale non parla di impresa e business, ma del suo paesaggio e della sua storia come ricchezze sulle quali immaginare un futuro.
E allora, dal profondo dell'estnord, gridiamo: forza Matera!

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