A 40 anni dallo stop alle cave un convegno per ragionare sul futuro del parco dei Colli Euganei

E-mail Stampa PDF

Per i Colli Euganei gli anni '60 rappresentano un periodo cruciale. E', in particolare, il periodo in cui esplode l'attività estrattiva (storicamente sempre presente, ma con ben altri ritmi): operano, con produzioni crescenti di anno in anno, una ottantina di cave, localizzate in siti tra i più esposti sotto il profilo paesaggistico e coltivate con metodi brutali, anche sotto l'aspetto tecnico-minerario. Entrano inoltre in piena produzione ben 3 cementifici: una concentrazione che non ha eguali in Italia, e forse in Europa. Un vero inferno!

Ma anche l'attività edilizia assume in questo decennio ritmi allarmanti; i primi piani regolatori prevedono espansioni abnormi in tutto il territorio, in particolare nelle aree di maggior pregio ambientale.

Nascono, come reazione, i primi tentativi di arginare questo assalto. Nel 1961 nasce la sezione padovana di Italia Nostra (ne è presidente onorario il poeta Diego Valeri).
Nel 1962 viene istituito il Consorzio Valorizzazione Colli Euganei, un consorzio volontario tra i 15 Comuni dei Colli e varie altre amministrazioni.

Per tentar di far fronte alle situazioni più critiche si ricorre a una delle poche armi allora a disposizione: il vincolo paesaggistico previsto dalla legge 1497 del 1939. Ne vengono approvati, nel corso di questo decennio, progressivamente, almeno una quarantina. Ma l'avanzata delle cave sembra inarrestabile. Si fa strada l'idea che occorra una legge speciale, però nessun parlamentare fa propria l'idea.

Sul finire del '68 avviene un fatto nuovo: nasce a Battaglia T. un comitato spontaneo di cittadini con l'obiettivo di fermare la riapertura di una cava in uno dei luoghi simbolo del paese: il monte delle Croci. In pochi mesi l'obiettivo viene raggiunto. Con la stessa determinazione il movimento viene esteso nei mesi successivi a tutta l'area collinare: quasi in ogni paese nasce un Comitato per la Difesa dei Colli Euganei.
Il problema della salvezza di queste “colline senza pace” diventa un problema nazionale. Stampa e TV se ne occupano con sempre maggior frequenza. Memorabili e decisivi risultano in particolare gli articoli sul Corriere della Sera, quasi tutti in terza pagina, del giornalista scrittore Paolo Monelli. Ma scrivono anche Gigi Ghirotti, Antonio Cederna, Bruno Zevi, Felice Chilanti ….
Viene ripresa l'idea della legge speciale, anche se dai più considerata un'utopia.

La svolta decisiva avviene nella primavera del 1970 quando i Comitati coinvolgono il deputato di Rovigo Giuseppe Romanato, presidente della Commissione Pubblica Istruzione della Camera.

Il 30 ottobre 1970 la Commissione effettua un sopralluogo ufficiale all'area dei Colli Euganei. L'impegno che la Commissione prende è quello di presentare una proposta di legge il cui testo è concordato con Comitati e Consorzio Valorizzazione.

E in effetti il 4 gennaio '71 la proposta viene presentata in Parlamento e il 24 novembre dello stesso '71 viene definitivamente approvata. Dal sopralluogo alla approvazione passa dunque poco più di un anno. Quasi un miracolo, frutto però di una intensissima mobilitazione di cui i Comitati hanno rappresentato l'anima. Oltre a quella dell'on. Romanato, la legge porta la firma dell'on. Fracanzani e di altri 26 parlamentari appartenenti a tutti i partiti politici presenti in Parlamento, tra i quali tutti i parlamentari padovani dell'epoca (Gui, Miotti Carli, Girardin, Storchi, Busetto, Ceravolo).

Con la legge, che porta alla rapida chiusura di oltre la metà delle cave attive, inizia una nuova era per i Colli. Superate le maggiori difficoltà legate alla sua applicazione (dal tentativo di dichiararla incostituzionale, alle resistenze dei cavatori, a qualche pericoloso tentativo di boicottaggio da parte della stessa Regione) e arginato l'assalto edilizio (almeno per l'area collinare), prendono corpo, ad opera soprattutto del Consorzio, i primi importanti interventi di valorizzazione di siti naturalistici e storico-culturali (villa Beatrice, museo di cava Bomba, castello di S. Martino, monte Grande ...) e si fa concretamente strada l'idea della istituzione di un Parco regionale.

E' questo della istituzione del Parco il tema dominante di tutti gli anni '80. Le polemiche assumono toni spesso eccessivamente aspri, in realtà più per strumentalizzazione che per effettive divergenze tra favorevoli e contrari. Il Parco viene istituito solo alla fine del decennio, con la legge n. 38 del 10 ottobre 1989.

Tra i problemi che il nuovo Ente deve affrontare c'è anche quello dell'attività estrattiva per quanto riguarda recupero e destinazione delle cave dismesse e regolamentazione di quelle ancora in attività, cioè le cave di trachite da taglio e quelle di marna e calcare per i cementifici.

Col Piano Ambientale, adottato il 6 maggio 1994 e approvato il 7 ottobre 1998, e col successivo Progetto Cave, approvato il 9 marzo 2001 si stabiliscono dei termini per la definitiva chiusura anche di queste cave.

In effetti oggi risultano in attività solo 5 cave di trachite da taglio (a Montemerlo e a Zovon), mentre hanno cessato ogni attività tutte le altre.

Resta invece drammaticamente aperto il problema delle tre cementerie. Nei loro confronti la legge 1097 non ha avuto effetti. Anzi, nella seconda metà degli anni '70, a legge da poco approvata e nonostante le polemiche, è stato approvato un consistente aumento della loro capacità produttiva.

Un inequivocabile segnale di quella politica favorevole alla cementizzazione del territorio in cui proprio il Veneto cominciava già da allora particolarmente a distinguersi.
Col Piano Ambientale è stata introdotta anche una seria normativa tendente a ridimensionare progressivamente l'eccessiva concentrazione di questa attività dal così elevato impatto ambientale.

E l'applicazione di questa normativa è problema di stretta attualità. In realtà è in atto (in particolare col cosiddetto revamping dell'Italcementi di Monselice) un frontale tentativo di aggirare questa normativa, assicurando ancora per decenni la sopravvivenza di questi impianti. Politica che rappresenterebbe un diretto sostegno anche alla conseguente ricaduta in termini di ulteriore cementizzazione del territorio.

Più che mai si impone la necessità di scelte che privilegino rispetto del territorio e della salute e indirizzino l'economia verso forme meno dipendenti dal cemento.

Servirebbe ritrovare, da parte di politici e amministratori, lo spirito del '71. Della scelta fatta allora nessuno può dirsi oggi pentito. Per guardare avanti vogliamo allora ispirarci al passato. E' per questo che vogliamo ricordarlo e farlo conoscere.

 

il programma del convegno qui

AddThis Social Bookmark Button

Aggiungi un commento

Il tuo nome:
Indirizzo email:
Sito personale:
Titolo:
Commento:
  La frase di verifica. Solo lettere minuscole senza spazi.
Frase di verifica: