I barbari in banca. Uno speciale sulla Lega nel nuovo Carta in edicola

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 Il titolo di copertina del nuovo numero di Carta è «I barbari che si fanno banchieri», a proposito delle Lega che fa i conti con i grandi centri di potere. A questo tema e cosa accade nel partito che governa il nord sono dedicati l'inserto di sedici pagine [in più] del nuovo numero e la rubrica Cantieri sociali pubblicata su il manifesto giovedì 22 aprile.

Qui sotto, dal sito carta.org, riportiamo l'editoriale di Pierluigi Sullo.

 

Quelli che «hanno le banche», per citare Umberto Bossi, a Roma si schierano come una vera legione contro Fini e per Berlusconi. All’orizzonte ci sono le Olimpiadi, chissà, uno di quegli affari colossali che sono in grado di mandare in bancarotta una nazione, come è accaduto alla Grecia. Curiosamente, gli ex An che voltano le spalle al loro ex leader vengono tutti da gruppi e gruppazzi dell’estremissima destra, una giungla di sigle passate e presenti poi variamente confluite nella «Destra sociale» che ha preso il potere dentro il Pdl. Carta sta cercando di orientarsi, in questa giungla, e ne daremo conto in un prossimo numero del settimanale. In quello che va in edicola ci occupiamo del corrispettivo dei camerati romani nel nord del paese, i «barbari che si fanno banchieri», come dice il titolo di copertina. E lo facciamo inaugurando l’inserto tematico di 16 pagine [in più] che chiamiamo «IperCarta» e che offriremo ai lettori una volta al mese, in media.

 

Dunque Bossi ha detto che vuole le banche del nord. E Francesco Giavazzi, economista da salotto [quello buono della finanza] gli ha risposto sul Corriere della Sera che ci si può mettere d’accordo, basta che i leghisti non si comportino come quei politici statunitensi che pretesero dalle banche investimenti assurdi per ragioni elettorali e clientelari, costringendole poi al fallimento. Tradotto: ragioniamone, le fondazioni bancarie [le vere casseforti della finanza] sono disponibili, ma sappiate che non vi permetteremo di fare e disfare per ragioni localiste e «di territorio». Questo è il nodo della questione, su cui si esercitano persone come Adone Brandalise, docente padovano acuto osservatore del fenomeno, Paolo Cacciari, che va alla ricerca della base sociale della Lega, Devi Sacchetto, analista delle forme del lavoro, o Ivan Cicconi, cui si devono le più illuminanti incursioni nel mondo misterioso delle società pubblico-privato [ormai 15 mila, in Italia] che gestiscono servizi pubblici, si quotano in borsa, afferrano appalti, e insomma sono un pezzo di economia in cui i partiti si muovono come squali in una piscina.

Il punto è, dice Cicconi, che mente un tempo la lottizzazione – da parte dei partiti – delle aziende pubbliche [della sanità, dei trasporti, ecc.] avveniva secondo regole note, oggi nei consigli di amministrazione di imprese magari ancora di proprietà pubblica ma di diritto privato [le Spa] siedono persone nominate dai partiti in maniera opaca, per usare un eufemismo. Tanto che, a quel livello, le tangenti che causarono le inchiesta di Mani pulite e il decesso della cosiddetta «prima repubblica», oggi non sono più nemmeno necessarie, tale è la confusione dei ruoli tra chi dovrebbe rappresentare l’interesse pubblico e chi invece è alla ricerca di profitti privati.
E la Lega? Dotato di un consenso solido tra i «piccoli» [imprenditori, partite Iva, operai di piccole fabbriche, ecc.], il partito di Bossi compie la sua parabola impadronendosi delle Regioni, il Piemonte e il Veneto, e dunque della foresta di imprese pubblico-private che, insieme alle fondazioni bancarie, di fatto governano il territorio. Probabile che il leader massimo dei leghisti non volesse tanto dire che i suoi uomini in cravatta verde devono entrare nei piani alti delle grandi banche ormai internazionalizzate [magari anche], quanto che le fondazioni, o le banche di credito locale ecc. che agiscono in «Padania» dovranno concordare con la Lega le scelte di investimento e del credito alle [piccole e medie] imprese. Un processo presumibilmente già iniziato da tempo e che si tratta di generalizzare, e che fornisce alla Lega una base finanziaria e un rapporto solido con i poteri finanziari tali da farne un partito di governo stabile. Di governo dell’economia finanziarizzata e globalizzata, però.

Ora, quella sull’insediamento territoriale della Lega, unico partito ad averlo ecc., è sicuramente una retorica. Ma con un suo fondamento reale, purtroppo. Ed è qui, nella frizione tra la società insediata, il territorio e le città, e le spinte distruttive dell’economia liberista, che si annida il nemico della Lega. Che può tenere assieme Berlusconi e i riti di Pontida, ma più difficilmente potrà conciliare la saturazione dello spazio e la distruzione del territorio con la bandiera del «padroni a casa nostra». I padroni sono altrove.

 

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