Pizzo sulle spiagge venete

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28 genenaio 2010 - Pistola puntata alla testa o alla pancia per convincere i venditori ambulanti in spiaggia a pagare un pizzo di 50 mila euro in perfetto stile camorristico. Con minacce di morte come incentivo a sborsare la maxi-mazzetta o a cambiare lavoro. Sono almeno tre i casi accertati: tutte violenze avvenute tra la sabbia dei litorali di Eraclea, Caorle e Jesolo (Cortellazzo) e che hanno avuto come vittime il gestore e due suoi collaboratori con regolare licenza per la vendita di bibite e cocco tra gli ombrelloni e nei chioschi degli stabilimenti. Una tentata estorsione dai contorni violentissimi, organizzata da cinque napoletani, uno dei quali legato al clan camorristico Soccavo. I carabinieri del nucleo investigativo di Mestre e i colleghi della tenenza di Portogruaro mercoledì notte. Dopo mesi di indagini, sono arrivati all'epilogo e hanno fatto scattare le manette ai polsi di cinque uomini. In carcere, su ordine di cattura firmato dal gip Luca Marini, sono finiti due fratelli, Michele e Francesco Pepe di 31 e 24 anni, Esposito Gennaro di 34 anni, Giuseppe Rocco di 32 anni e Alfonso Sorrentino di 33 anni, affiliato quest’ultimo al clan del quartiere Soccavo di Napoli.

 


 

Era lui ad avere la pistola ed era lui, secondo le indagini, a minacciare e intimorire le vittime sventolando la sua «carta d’identità» da camorrista. I cinque sono stati arrestati tutti a Napoli, con la collaborazione dell'Arma partenopea. Le accuse sono di tentata estorsione in concorso con l'aggravante dell’uso di armi da fuoco e modalità mafiose. Modalità che appunto servivano ai napoletani per convincere gli ambulanti a pagare, pena la vita. La tentata estorsione risale alla scorsa estate. Tutto parte dalla segnalazione di un bagnante, che ai carabinieri di Portogruaro racconta di aver assistito a un’aggressione avvenuta in spiaggia. Immediate le indagini: dopo aver raccolto elementi utili e acquisito la fiducia delle possibili vittime, che all'inizio temono di raccontare quanto subito, gli uomini del colonnello provinciale Giovanni Cataldo ricostruiscono pezzo per pezzo la vicenda. Secondo le indagini dei carabinieri, guidati dal maggiore Luca Pettinato e dal tenente Enrico Risottino, sarebbero stati i fratelli Pepe a contattare e chiedere l'intervento dei tre concittadini per mettere in atto la tentata estorsione. I fratelli infatti erano arrivati a Caorle lo scorso giugno e per mantenersi vendevano abusivamente le bibite. Ed era per averne il monopolio che avevano chiesto aiuto ai loro conterranei, ideando così il piano. Il gruppo voleva liberarsi della concorrenza, per questo aveva chiesto 50mila euro di pizzo o in alternativa la licenza di vendita a costo zero. I carabinieri hanno così accertato, attraverso le testimonianze, che la tentata estorsione ai danni di tre commercianti era avvenuta lo scorso 21 giugno, in tre occasioni, diverse a Eraclea, Caorle e Cortelazzo. In tutti i casi le vittime erano state minacciate con le armi e aggredite. Un ambulante era stato colpito alla testa con il calcio della pistola, un secondo invece si era trovato la canna dell'arma caricata e puntata allo stomaco. Ma le intimidazioni potrebbero essere molte altre, per questo le indagini continuano per accertare episodi simili avvenuti nei litorali veneziani e di altre regioni. «L’attività complessiva è risultata particolarmente difficoltosa a causa dello stato di prostrazione ingenerato nelle vittime che, infatti, inizialmente avevano deciso di assecondare le richieste estorsive - ha spiegato il colonnello dei carabinieri Cataldo - Inoltre, ha permesso di evitare l’infiltrazione di clan camorristici nell’ambito della vendita ambulante lungo il litorale veneziano, che risulta molto remunerativa. Per questo il nostro monitoraggio è stato e sarà costante ».

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