La rivoluzione di Fofi: «Ricominciamo a pensare». Articolo sul Mattino

autore: lies
11/4/2011 | 13:11

Dal sito del Mattino di Padova riportiamo l’articolo a firma Ernesto Milanesi, uscito sabato 9 aprile 2011 nelle pagine culturali, che prende spunto dall’intervento tenuto da Goffredo Fofi al convegno di apertura di Lies.

La rivoluzione di Fofi: «Ricominciamo a pensare».

PADOVA. Scrutare i fenomeni sociali fino alla radice, indagare i veri flussi dell’economia, osservare la realtà che confligge con l’Italia virtuale. Torna in primo piano l’inchiesta anche grazie al “laboratorio” aperto a Padova per iniziativa di Carta EstNord, Asu, Cgil e Re:fusi. Un’idea coraggiosa e indispensabile.  Un’idea coraggiosa e indispensabile, varata grazie al prezioso contributo di Goffredo Fofi (direttore della rivista «Lo Straniero»), in questi giorni a Padova: «Come diceva già Shakespeare, only connect. Basta solo esercitare la capacità di connettere macro e micro sociologia, studio ed esperienza, insomma tornare a pensare e a far circolare idee».  Forse, mai come ora “inchiestare” è utile. «Volge finalmente al tramonto il trentennio disastroso di Craxi e Berlusconi, la nostra vera mutazione genetica. E sta tornando la dimensione forte dei conflitti. Tornano in gioco gli operai, le donne, gli studenti. C’è il declino delle città, ma anche l’impoverimento della crisi. L’inchiesta, dunque, non è campo di lavoro per specialisti. E con i 150 anni dell’unità nazionale torna d’attualità il nesso fra pensiero e azione. Mazzini diceva sempre che il pensiero senza azione non vale un fico secco e che l’azione senza pensiero è disastrosa».  Fofi non va troppo per il sottile. Ha ben chiaro chi sono i sabotatori del pensiero critico, del lavoro culturale, della libera circolazione delle idee. «Hanno prevalso i due nemici della cultura come innovazione e del bene sul piano della conoscenza: il giornalismo e l’Università. Per carità, con lodevoli eccezioni come Pino Corrias o Milena Gabanelli a proposito di giornalismo d’inchiesta. O i veri gruppi di ricerca che lavorano nonostante l’intollerabile feudalesimo dei baroni: a Padova c’è Devi Sacchetto che ha sfornato bellissimi libri sul mare o sull’immigrazione dell’Est».  L’inchiesta, dunque. Magari con nuovi metodi. Però ispirata dalla “compartecipazione” rispetto ai fenomeni incarnati dalle persone. Più che suggerimenti Fofi indica esempi da aggiornare: «Carlo Levi in fin dei conti segna la vera data di nascita con Cristo si è fermato a Eboli. Un’inchiesta dal vivo fatta da un confinato politico. Cosa c’è di meglio? Quasi una curiosità obbligata. Nel dopoguerra, nonostante l’ostilità di Croce e Togliatti, la sociologia italiana si è sviluppata fra la scuola di Portici e Modena con Salvatore Brusco che è stato il più dimenticato nella storia dell’inchiesta sociale. Il filo conduttore, almeno per me, resta la curiosità, l’amore per la realtà, una specie di febbre di conoscenza, il bisogno di capire. Personalmente, di inchieste ne ho fatte tantissime ogni volta cambiando metodo». Senza perdere il gusto dell’ironia polemica, come all’epoca del colera a Napoli. Un libro-inchiesta firmato con lo pseudonimo Gennaro Esposito: «Con Cesare Morena avevamo lavorato fra la gente. E ci fu Mario Capanna che voleva presentare il libro alla Statale di Milano. Per sottrarmi ai suoi katanga stalinisti gli dissi di cercare l’autore sull’elenco del telefono: venti pagine di Esposito… ».  Fofi invita ad aggiornare tanto i «Quaderni Rossi» di Panzieri, quanto l’eredità di Adriano Olivetti. «Imparare a guardare, osservare, collegare. E’ ciò di cui hanno più bisogno le ultime generazioni, quel che ci manca di più nel regno dei sondaggisti e dei persuasori occulti. E’ la realtà quotidiana, lo studio del vicinato o della strada in cui si vive. Un buon modo di risalire ai problemi generali, connettendo il piccolo al grande. Diffidando dei massimi sistemi, c’è molto spazio anche oggi per l’immaginazione sociologica».  La conclusione è nitidamente spietata, proprio a beneficio del “laboratorio” padovano (concentrato sull’inchiesta economica e sociale, in alternativa all’accademia come al giornalismo “di riporto”). Fofi sorride perfino con gli occhi: «Siamo al tramonto di un sistema che ci chiede di rinunciare a pensare. Berlusconi ci distrae con rumori, immagini, parole inutili, libri cretini, giornali, sondaggi. Non vuole farci guardare allo specchio. Altrimenti, da italiani normali, dovremmo sputarci in faccia… ».

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